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sabato, gennaio 26, 2013

A day in Tahrir.

Ciao ragazzi. Come sapete, ieri pomeriggio a Tahrir c'ero anch'io.
Non posso nascondere che è stato emozionante essere insieme a centinaia di migliaia di persone che reclamano libertà, dignità e giustizia sociale. Certo, come ha ammesso un attivista, ora bisogna mettere in pratica queste parole, perché gli slogan non mantengono mai le loro promesse.
Ma l'attuale governo, guidato dai Fratelli Musulmani e dal presidente Mohamed Morsi, non sembra in grado ci portare il cambiamento sperato.
Certo il discorso è molto complesso, il Fratelli Musulmani stanno incontrando una resistenza incredibile a livello di apparati dello stato. I funzionari ministeriali si rifiutano di applicare le direttive che provengono dall'alto, i giudici prendono di mira ogni provvedimento del Presidente e del Parlamento (...qualcuno griderebbe ai giudici comunisti), l'esercito non cede un millimetro sulle proprie prerogative. Non c'è da stupirsi, lo Stato egiziano è ben più antico dei Fratelli Musulmani, e negli ultimi ottant'anni si è nutrito di un viscerale anti-islamismo, particolarmente a partire dal colpo di stato degli Ufficiali Liberi del 1952.
Ad ogni modo, i Fratelli Musulmani, piuttosto che tentare la via del compromesso e del cambiamento graduale, sono andati al muro contro muro, dando l'impressione, più che altro, di voler regolare i loro conti con lo Stato. Il risultato è stato la paralisi, mentre il Paese sprofonda in un crisi economica gravissima.
E' per questo che la gente è arrabbiata e chiede la rimozione del Presidente. Personalmente, non credo che gioverebbe, porterebbe ulteriore instabilità e rovescerebbe semplicemente la situazione: dal giorno dopo, avremmo i Fratelli Musulmani in piazza a protestare contro un eventuale presidente liberale, come minimo per vendicarsi della sorte toccata al loro primo presidente. Sono ancora tra quelli che pensano che un presidente democraticamente eletto debba governare fino alla fine del suo mandato, e poi semmai essere cacciato con il voto. Certo, quando commette gesti come la dichiarazione costituzionale dello scorso 22 novembre, in cui praticamente diceva: "buongiorno cittadini, da oggi siete miei sudditi", non legittima molto le sue credenziali democratiche. E' per questo che la pressione della piazza è importante, anche se purtroppo, quasi sempre, finisce per degenerare in violenza.
Ma le mie sono solo opinioni, sta agli Egiziani, adesso, costruirsi il loro futuro.

Per chi volesse leggere un commento degli avvenimenti di ieri, qui potete trovare il mio reportage per Famiglia Cristiana on-line.

martedì, aprile 03, 2012

Morte di un grande egiziano

La notizia è giunta fino sui nostri media, che ormai hanno smesso di accendere i riflettori sui Paesi nel Nord Africa. Per loro sì, quella araba è stata proprio una "primavera", nel senso che l'interesse per quello che succede al di là del Mediterraneo è in fretta svanito. Ma la morte del papa Shenouda III, patriarca della Chiesa copta d'Egitto, non poteva passare inosservata. Andando in Egitto, ho trovato una comunità copta intimorita del futuro, ma anche forte nella propria identità e desiderosa di giocare un ruolo nell'Egitto di domani. Certo, la democrazia ha portato con sé molte incertezze, ma in realtà la "protezione" di cui i cristiani godevano sotto Mubarak era ambigua e illusoria: quando infatti il regime aveva bisogno di una valvola di sfogo per il malcontento popolare, utilizzava anche i copti come capro espiatorio. Non a caso, i responsabili del terribile attentato alla chiesa dei Due Santi di Alessandria in occasione del Natale copto del 2011 non sono mai stati presi, ma molti pensano si annidino in realtà tra le fila dello stesso Ministero dell'Interno. 
Un graffite su un muro del Cairo: il futuro dell'Egitto
Nel Parlamento egiziano appena eletto, i copti sono rappresentati solamente da 13 deputati su 498. Tale percentuale è fortemente inferiore al peso demografico dei copti: su 80 milioni di egiziani, a seconda delle stime i cristiani (per la stragrande maggioranza copti) sono infatti tra il 6 e il 20% della popolazione. Essi tuttavia non si identificano politicamente con un solo partito, e sebbene ciò sia in sé un fatto positivo per evitare un'eccessiva confessionalizzazione della politica egiziana, dall'altro ha disperso il voto copto impedendo l'elezione di un numero congruo di rappresentanti cristiani in Parlamento.
La crescita dei movimenti islamisti non è di per sé un segnale inquietante per i cristiani, ma certamente è un dato con cui confrontarsi. I più importanti dirigenti del Partito per la Libertà e la Giustizia, espressione dei Fratelli Musulmani e in controllo del 45% dei seggi in Parlamento, hanno voluto partecipare pubblicamente alle celebrazioni del Natale copto lo scorso gennaio, dando un segnale molto importante e senza precedenti nella storia. 
Maggiori timori sono invece legati all'ala più radicale e conservatrice del campo islamista egiziano, quella rappresentata dai partiti salafiti (letteralisti e rigoristi nella loro interpretazione dell'Islam, fortemente sostenuti da alcuni "poteri forti" nei Paesi del Golfo) che non sembrano aver accettato pienamente l'idea del pluralismo religioso.
In generale, ho potuto constatare da parte degli islamisti egiziani l'attitudine a considerare quella dei copti come una questione di "protezione delle minoranze", ricollegandosi all'antica tradizione di tutela dei diritti dei "popoli del libro" presente nell'Islam fin dalla sua nascita e istituzionalizzata sotto l'Impero Ottomano attraverso l'istituto della dhimma. I dhimmi, ossia i sudditi dell'Impero non-musulmani (inizialmente solo ebrei e cristiani, poi tutti) godevano della protezione da parte delle autorità in cambio del pagamento di una tassa. Erano esentati dalle tasse di natura religiosa imposte ai musulmani e potevano regolare le questioni relative allo statuto personale (matrimoni, eredità, etc.) attraverso le proprie leggi.
E' chiaro che se questo tipo di regime poteva essere adatto ai tempi cinquecento anni fa - quando anzi, era particolarmente innovativo e liberale - oggi non può regolare la vita di uno stato democratico pluralista. Molti copti mi hanno detto: "Perché gli islamisti dicono continuamente che vogliono 'proteggerci'? Da chi devono proteggerci, forse dai loro stessi seguaci? Non siamo forse cittadini come gli altri?". Cittadini, questa è la parola chiave. La vera rivoluzione sarà quando in Egitto, Siria, Libano e tanti altri Paesi si riconosceranno agli individui uguali diritti fondamentali in nome di una pari cittadinanza che non prenda in considerazione l'appartenenza religiosa, ma la pari dignità di ogni essere umano e dei membri di una stessa comunità nazionale.
Da questi brevi tratti che ho cercato di riassumere, si comprende bene come la perdita di una figura di riferimento quale era papa Shenouda sia in questo momento fonte di ulteriori incertezze e apprensioni tra  cristiani copti d'Egitto. Attendiamo un successore all'altezza dei tempi, e nel frattempo cerchiamo almeno di non girarci dall'altra parte di fronte alla storia che scorre davanti ai nostri occhi, al di là del mare.
Qui di seguito, un bell'articolo di Marco Impagliazzo su Avvenire, in cui è tratteggiata la grande figura di Shenouda III.


IL CORAGGIO DEL TESTIMONE, di Marco Impagliazzo
 
La Chiesa copta d’Egitto, che con i suoi almeno otto milioni di fedeli è oggi la comunità cristiana più numerosa del mondo arabo, ha perso il suo capo, papa Shenouda III. Dal 1971, anno in cui venne eletto alla guida di questa Chiesa minoritaria e al tempo stesso vivace e complessa, è riuscito a rendere i copti protagonisti della vita religiosa, sociale e politica di un grande Paese come l’Egitto. Shenouda, il cui nome civile era Nazir Gayyed Raphael, proveniva da una famiglia della classe media rurale della regione di Assiut.
 Laureatosi in storia all’Università del Cairo e poi in teologia, fu, dall’inizio degli anni Cinquanta, un giovane esponente del movimento di rinnovamento copto, legato alle cosiddette «scuole della Domenica». Monaco nella regione desertica di Ouadi el Natrun, si dedicò per quasi dieci anni alla vita eremitica.
Papa Shenouda III
 Nel 1962 il patriarca Cirillo VI, che aveva iniziato un profondo rinnovamento della Chiesa a partire dai monasteri, lo consacrò vescovo con il nome di Shenouda. Nel 1971, quando divenne papa dei copti, espressione di una nuova generazione ecclesiastica, si presentò subito come un riformatore, scegliendo di confrontarsi direttamene con il potere politico, perché lottava contro l’emarginazione dei copti dalla vita pubblica e l’islamizzazione della società.
 Nel 1972, un anno dopo l’elezione, a seguito dell’incendio di una chiesa copta al Cairo, chiese a tutti i preti e ai vescovi residenti nella capitale di manifestare circondando il luogo di culto bruciato per proteggerlo simbolicamente. Fu solo il primo atto di protesta con l’obiettivo di uscire dagli stretti confini di una Chiesa devozionale e garantirsi uno spazio riconosciuto nella società egiziana.
 Shenouda, vero leader delle proteste insieme ai suoi vescovi, aprì anche un dibattito sullo «statuto dei copti» per rivendicare la parità tra musulmani e cristiani in Egitto.
 La protesta più clamorosa si registrò nel 1980, quando il capo dello Stato era Sadat, con la soppressione delle celebrazioni pasquali decisa dal patriarca. Un anno dopo il presidente, in seguito a sanguinosi scontri tra musulmani e copti, fece arrestare i principali leader fondamentalisti islamici e sciolse le loro associazioni, ma contemporaneamente fece incarcerare otto vescovi copti e depose il patriarca. Shenouda fu assegnato a residenza sorvegliata in un monastero fino al 1985. In questi quattro anni, la Chiesa fu retta da una commissione di cinque vescovi, anche perché non tutta la comunità copta condivise la prova di forza di Shenouda con il potere. L’opposizione venne da grandi famiglie copte come i Ghali, il cui leader, Boutros, collaborò con Sadat e fu uno degli artefici degli accordi di Camp David nonché, successivamente, segretario generale dell’Onu. Ma anche da Matta El Meskin, figura carismatica del rinnovamento monastico. Dopo l’attentato a Sadat nell’ottobre 1981 e l’avvento di Mubarak, venne avviata una politica di pacificazione nazionale di cui beneficiarono anche le minoranze. Uno degli effetti fu la liberazione dello stesso Shenouda.
Il patriarca, uscito rafforzato dalla prigionia, diede slancio alla classe dirigente della sua Chiesa nominando giovani vescovi, interpreti della sua linea. Da allora fino a oggi è stato il leader indiscusso dei copti, trattando con lo Stato senza mediazioni, accentuando gli aspetti «movimentisti» della sua Chiesa e favorendo la coesione della comunità cristiana, attraverso la stampa e i mass media.
 Shenouda lascia una Chiesa con un forte senso di identità ed elevato livello di partecipazione, specie tra le giovani generazioni. I migliori rapporti con lo Stato si sono tradotti in un sostegno costante alle autorità via via costituitesi in Egitto dopo la caduta di Mubarak, soprattutto nel tentativo di arginare il fondamentalismo. Ora la comunità copta si trova senza guida in un momento molto complesso della storia politica e civile dell’Egitto, stretta tra un riformismo ancora da venire e un islamismo sempre più forte (quasi il 70% dei voti alle recenti elezioni legislative) con cui fare i conti.

martedì, febbraio 07, 2012

Tra democrazia e rivoluzione permanente

"Abbasso il governo militare"
Al Cairo è palpabile un senso di esasperazione. La gente non ne può più di vedere immagini di scontri alla televisione, c’è come un senso di nausea per il troppo sangue sparso. Neppure il calcio, lo spazio di evasione e divertimento per eccellenza, è rimasto immune dalla violenza. La gente si sente insicura, si sono moltiplicati gli atti di piccola e grande criminalità, dagli scippi ai rapimenti, e la frase che mi sento ripetere più spesso in questi giorni, da persone di estrazione completamente diversa, è: mafish amn, “non c’è sicurezza”. La situazione economica, inoltre, è disastrosa: il turismo è crollato verticalmente e in tanti mi chiedono di “fare una buona pubblicità all’Egitto” quando torno in Italia.
Molti dicono che si sta peggio che prima della rivoluzione, ma sono anche coscienti che questo è normale in una fase di cambiamento così profondo e radicale. E hanno fiducia nel cambiamento, hanno fiducia che si sia messo in moto un meccanismo che, a lungo termine, costruirà un Paese migliore. Ora però vorrebbero solo tornare alla normalità, lasciare lavorare il Parlamento che hanno appena eletto, e votare – nel giro di due o tre mesi – un nuovo Presidente. Sanno che i militari stanno facendo di tutto per mantenere la loro influenza politica ed economica, ma sanno anche che non è in un anno che si demolisce un sistema di potere costruito in sessant’anni di governo assoluto da parte degli ufficiali.
La storia vive di improvvise accelerazioni – come fu la rivoluzione del gennaio 2011 – ma poi ha bisogno di tempi lunghi per maturare cambiamenti profondi. E i passaggi di transizione sono sempre gravidi di tensioni, contraddizioni e ambiguità.
Il clima celebrativo, di festa, della rivoluzione del gennaio 2011 – interrotto solo dalle provocazioni e dalle violenze degli infiltrati del regime – è un ricordo del passato. A un anno di distanza sono pochi i giovani che rimangono in piazza, animati dalla rabbia per avere visto tanti loro amici uccisi e dalla coscienza amara di una rivoluzione che sentono essergli stata confiscata dai militari e dai Fratelli Musulmani. I primi hanno protetto i manifestanti dalla repressione di Mubarak un anno fa, ma poi si sono fatti garanti della transizione con una parola d’ordine: “gradualità”. Tradotto, ciò significa che l’esercito vuole evitare che la nuova costituzione ponga i militari sotto il controllo del governo e soprattutto che renda trasparenti le loro spese. Fatto non irrilevante, l’esercito controlla dal 6% al 43% dell’economia egiziana: come dire, nessuno sa che cosa hanno in mano, ma certamente non è poco. Per i manifestanti, “gradualità” significa cambiare tutto per non cambiare nulla, cioè rimandare indefinitamente quelle riforme che estrometterebbero definitivamente i militari dalla vita politica, condizione che tanti vedono come un prerequisito di un autentico approdo alla democrazia.
I Fratelli Musulmani sono invece, apparentemente, i vincitori del momento. Storico movimento islamista fondato nel 1928 da Hasan al-Banna, hanno una lunghissima storia di contrapposizione con i governi militari che si sono succeduti dal 1952, fatta di un’alternanza tra momenti di estrema repressione e momenti di distensione. Dotati di un’organizzazione piramidale resa impenetrabile da decenni di clandestinità, sono senza dubbio il movimento più radicato nella società, potendo contare su una vasta rete di moschee, organizzazioni caritative, sportive, educative e molto altro. Ecco facilmente spiegato il loro successo alle ultime elezioni, dove hanno vinto il 46% dei seggi.
Qui sta la radice della beffa che i giovani di Piazza Tahrir non riescono a sopportare: la rivoluzione ha di fatto messo il potere in mano ai Fratelli, che si sono uniti alle proteste di piazza solo in un secondo momento e che ora criticano i sostenitori della rivoluzione permanente. A loro volta, questi ultimi accusano gli islamisti di avere stretto un patto con i militari: il mantenimento dei privilegi dell’esercito in cambio della garanzia del diritto a governare per i Fratelli. Anche se continuano a chiederne le immediate dimissioni, i manifestanti hanno già ottenuto il massimo dal Consiglio Militare, che ha accelerato al massimo le tappe verso le elezioni presidenziali, viste come il momento dell’effettivo passaggio di consegne a un governo civile e del ritorno degli ufficiali nelle caserme. Nei confronti degli islamisti, la loro posizione è però più difficile da sostenere: pochi giorni fa, quando i giovani di piazza Tahrir hanno assediato il Parlamento cercando di impedire ai deputati di entrare, hanno fatto appello alla “legittimità rivoluzionaria”, ma qualcuno gli ha fatto notare che se in Piazza Tahrir c’erano uno o due milioni di persone, 36 milioni sono andati a votare, e quasi la metà hanno scelto il partito Libertà e Giustizia, cioè i Fratelli Musulmani. Del resto questa è la democrazia.
Resta il fatto che lo slogan della rivoluzione, hurriyah, karama, ‘adala igtima’iyyah, “libertà, dignità, giustizia sociale” rimane ancora valido, e chiunque oggi assumerà le redini di questo Paese, dovrà renderne conto in futuro.

venerdì, febbraio 03, 2012

Hanno fatto arrabbiare quelli sbagliati.

IL CAIRO. "Questa volta hanno fatto arrabbiare quelli sbagliati". A parlare è Ios, origini egiziane e cittadinanza italiana, venuto a vivere al Cairo con la sua ragazza perché...è più facile trovare lavoro qui che in Italia.
Sta parlando degli scontri in atto al Cairo, a Suez e Port Said da ieri sera. Nella capitale si contano già tre morti, due manifestanti e un militare. C'è chi teme una ripetizione di quello che è successo alla fine di novembre, quando più di quaranta manifestanti vennero uccisi dalle forze di sicurezza.
Questa volta però non sono i giovani di piazza Tahrir a protestare, o meglio, non solo.
Si sono aggiunti, in massa, gli ultras delle tifoserie delle squadre del Cairo. Non i giovani studenti che lottano per un Egitto nuovo e che rivendicano la paternità di una rivoluzione che, sentono, gli è stata confiscata dai militari e dai Fratelli Musulmani (anche se questi ultimi lo hanno fatto democraticamente, ma su questo ci torneremo un'altra volta).
No, i ragazzi in strada adesso sono i giovani arrabbiati e violenti delle tifoserie organizzate. Qui sono un fenomeno recente, perché sono state legalizzate solo nel 2007 e in un certo senso dipendono dal governo, ma ci hanno messo poco ad assimilare i codici di comportamento degli "ultras".
Il loro obiettivo è il ministero dell'Interno, vicino a Piazza Tahrir. Sono passato da quelle parti pochi giorni fa, quando era tutto tranquillo, e tutte le strade adiacenti erano state chiuse da spirali di filo spinato alte due metri e da muri di blocchi di cemento altrettanto grandi, impilati fino a quattro metri. Ricordo che passando, ho pensato "questi non li butteranno giù mai". Invece li hanno buttati giù, legandovi delle funi e tirando. La forza della folla.
Certo si potrebbe commentare: ci mancava pure la violenza delle tifoserie.
In realtà, molti sono convinti che ci sia una regia politica ben precisa dietro a tutto ciò. La polizia è accusata di non essere intervenuta allo stadio di Port Said, dove si è assistito ad una vera e propria mattanza da parte dei tifosi dell'al-Masri (una squadretta di provincia), che si sono avventati contro quelli dell'al-Ahli (un po' il Milan egiziano) per "festeggiare" una insperata vittoria per 3 a 1. Totale: 72 vittime.
Secondo molti il governo militare, che sta cercando in ogni modo di pilotare questa transizione verso un punto di arrivo che garantisca comunque i privilegi di cui godono gli ufficiali (tra cui fortissimi interessi economici), starebbe fomentando la violenza e le tensioni per mostrare alla popolazione che è ancora necessario il proprio "pugno duro" perché il Paese non sfugga di mano. Le leggi di emergenza, che permettono all'esercito di intervenire in manifestazioni pubbliche non autorizzate a suon di cariche e arresti, sono in vigore in Egitto dal 1967, in occasione della guerra dei sei giorni contro Israele. Il feldmaresciallo Hussein Tantawi, capo del Consiglio Supremo delle Forze Armate che attualmente governa il Paese, in occasione dell'anniversario della rivoluzione aveva promesso di sospendere l'applicazione dello Stato di emergenza. Con un'eccezione, aveva detto il maresciallo: gli atti di "vandalismo" saranno puniti senza pietà.


 Tutto questo si svolge in un clima surreale, perché gli scontri sono concentrati nell'area intorno al ministero degli Interni. Stiamo parlando di 3-4 isolati in una zona molto centrale. Nel resto della città, tutto procede come sempre, anche se ogni negozio ha la televisione sintonizzata sul canale che trasmette la diretta dagli scontri.  (Un negoziante, credendomi un turista, per non spaventarmi ha provato a convincermi che erano immagini di repertorio...). Come si vede dalle foto che ho scattato oggi, il traffico era molto intenso come sempre, il mercato brulicava di persone e le moschee erano affollate come ogni venerdì. Unica differenza: di turisti, nemmeno l'ombra. Ma questo, lo dicono tutti, ormai va avanti da un po', ed è uno degli "effetti collaterali" della rivoluzione che più incidono sulla vita quotidiana della gente.

domenica, gennaio 29, 2012

E' una rivoluzione, non c'è dubbio.

Una delle domande che gli studiosi, i commentatori e i giornalisti di tutto il mondo si stanno chiedendo riguardo agli attuali avvenimenti in Medio Oriente è: si può veramente parlare di rivoluzioni?
In buona parte, il fatto che ci si concentri su una questione terminologica è indicativo di come la primavera araba non abbia insegnato nessuna lezione a tanti sedicenti "esperti" di quest'area del mondo, che in buona parte - anche se non tutti - non sono stati capaci di capire ciò che si stava muovendo in profondità nelle società arabe e sono stati colti alla sprovvista da tutto ciò che è successo a partire dal dicembre 2010.
Soprattutto, questa domanda non se la pongono i protagonisti di quello che sta avvenendo, per i quali è in atto, senza ombra di dubbio una "rivoluzione" (in arabo thawra). Tutti coloro con cui ho parlato in questi due giorni parlano di un prima e di un dopo la rivoluzione. Certo, come ha detto un tassista, "siamo solo al 10% del cambiamento di cui abbiamo bisogno". Ma la strada è segnata, e non si torna indietro.
Il Cairo, con i suoi quasi venti milioni di abitanti (su un totale di ottanta nell'intero Egitto), è da sempre una metropoli caotica, dalla quale si torna a casa la sera con il mal di testa. Un esercito di vigili urbani si consuma i polmoni in mezzo a un inarrestabile - loro malgrado - fiume di auto, moto e minibus in un tripudio di clacson. Allo stesso tempo, i pedoni si fanno largo tra lustrascarpe, venditori ambulanti e mendicanti e per attraversare la strada si infilano tra le macchine in coda - o in corsa - tracciando linee simili a quelle che vengono fuori dal labirinto della settimana enigmistica, sperando di uscirne (vivi)...
C'è però qualcosa di nuovo nell'aria (inquinata) che si respira al Cairo, ed è un clima di fermento che pervade ogni strada del centro città. E' frequente incontrare troupes televisive che girano interviste con questo o quel candidato deputato, ovunque sono presenti striscioni e graffiti di ogni tipo (ma su questo argomento mi riprometto di pubblicare un articolo apposito con tanto di foto). Molti inveiscono contro il consiglio militare che attualmente governa il Paese, altri ricordano i martiri della rivoluzione, altri ancora contengono invettive anti israeliane... Soprattutto, la gente parla, si riunisce in circoletti, ascolta comizi improvvisati e ha voglia di chiaccherare di politica apertamente. Capiamoci, per noi chiaccherare di politica è noioso. Qui, è respirare la libertà.

venerdì, maggio 20, 2011

Il discorso di Obama sul Medio Oriente

Giovedì scorso, il presidente statunitense Barak Obama ha tenuto al Dipartimento di Stato un discorso sul Medio Oriente, molto atteso per capire quale sia la posizione complessiva degli Stati Uniti sulla "primavera araba". Il discorso, come di consueto per Obama, è stato un misto di idealismo e pragmatismo, visione e realpolitik, ma direi che, per chi è abituato agli asfissianti dibattiti pubblici europei e, in particolare, italiani, è una boccata d'aria. 
Soprattutto, colpisce l'atteggiamento positivo nel prospettare una speranza e, al contempo, realista.
Obama ha innanzitutto preso atto della situazione e del fatto che non è finita qui: "Due leader hanno lasciato il potere. Altri seguiranno". Il Presidente ha poi riconosciuto: "Nel momento in cui abbiamo trovato Bin Laden, l'agenda di al-Qaeda era già vista dalla maggior parte della regione come un vicolo cieco, e i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa avevano preso il loro futuro nelle loro mani". La domanda però sorge spontanea: se il vento era già cambiato e al-Qaeda era in declino, che bisogno c'era di uccidere Bin Laden rischiando di risvegliarne il carisma facendone un martire?
E' poi seguito un passaggio significativo, in cui Obama ha paragonato il gesto di Mohamed Bouazizi, l'ambulante tunisino che dandosi fuoco ha scatenato le rivolte in Tunisia, al gesto di Rosa Parks, che rifiutandosi di sedersi nei sedili dell'autobus "riservati" ai neri, fece scattare una serie di proteste contro la segregazione razziale.
"In troppi paesi - ha proseguito Obama - il potere è stato concentrato nelle mani di pochi". E ha riconosciuto come le rivolte siano nate da un desiderio di auto-determinazione, cioé dalla voglia di prendere il proprio destino nelle proprie mani. E ha proseguito: "ci vorranno anni prima che questa storia raggiunga il suo fine".
E' poi venuta la parte più significativa del discorso, che riporto in inglese: "The question before us is what role America will play as this story unfolds. For decades, the United States has pursued a set of core interests in the region: countering terrorism and stopping the spread of nuclear weapons; securing the free flow of commerce and safe-guarding the security of the region; standing up for Israel's security and pursuing Arab-Israeli peace.We will continue to do these things, with the firm belief that America's interests are not hostile to people's hopes; they're essential to them. Yet we must acknowledge that a strategy based solely upon the narrow pursuit of these interests will not fill an empty stomach or allow someone to speak their mind. Moreover, failure to speak to the broader aspirations of ordinary people will only feed the suspicion that has festered for years that the United States pursues our interests at their expense. Given that this mistrust runs both ways –- as Americans have been seared by hostage-taking and violent rhetoric and terrorist attacks that have killed thousands of our citizens -– a failure to change our approach threatens a deepening spiral of division between the United States and the Arab world."
In altre parole, Obama ha riconosciuto che gli Stati Uniti devono in parte invertire la rotta, per arginare i sentimenti di ostilità nei loro confronti dovuti a decenni di sostegno ai regimi autoritari e supporto incondizionato ad Israele. E ha continuato: "Lo status quo non è sostenibile. Società tenute insieme dalla paura e dalla repressione possono offrire l'illusione della stabilità per un certo periodo, ma sono costruite su delle faglie che alla fine si apriranno".
"Quindi noi siamo di fronte ad un'opportunità storica". Questo mi sembra il punto più importante, il cambiamento in atto come opportunità e non come minaccia.
"Gli Stati Uniti si oppongono all'uso della violenza e della repressione contro i popoli della regione" - ha continuato, dimenticando purtroppo, bisogna dirlo, l'Afghanistan, l'Iraq e la Libia - "Gli Stati Uniti sostengono una serie di valori universali - libertà di parola, di riunione, di religione, uguaglianza tra uomo e donna e il diritto di scegliere i propri governanti, sia che uno viva a Baghdad, Damasco, Sanaa o Teheran". Ho trovato quest'ultima lista di capitali molto significativa: da un lato si rivendica il successo della guerra in Iraq ma si riconosce anche implicitamente l'incompiutezza della democrazia irachena, mentre gli altri riferimenti sono rivolti alle rivoluzioni attualmente represse (Yemen e Siria) e all'attuale nemico numero uno degli USA nella regione, l'Iran.
Obama è poi entrato nello specifico delle singole situazioni, promettendo aiuti economici e sostegno alla democratizzazione in Tunisia ed Egitto, che ha descritto come gli stati-chiave della primavera araba. Ha detto che nel caso della Libia egli era - per l'esperienza irachena - ben consapevole delle difficoltà dell'intervento, ma come non se ne potesse fare a meno visto l'imminente ed annunciato massacro di civili a Benghazi. E' poi passato alla Siria, condannando la repressione e confermando le sanzioni appena adottate dagli USA contro il regime di Bashar al-Assad, dicendo chiaramente di quest'ultimo: "E' di fronte ad una scelta: può guidare la transizione, oppure togliersi di mezzo".
Obama ha poi condannato l'"ipocrisia iraniana", con un governo che dice di sostenere le rivolte arabe ma è stato il primo a reprimere il dissenso interno due anni fa. Ma ha anche riconosciuto che gli alleati degli Stati Uniti non sono stati da meno in quanto a brutalità e repressione, e ha citato i casi di Yemen e Bahrain a questo proposito. Per quanto riguarda questo ultimo staterello, che ospita parte della quinta flotta statunitense, Obama ha detto chiaramente: "l'unica strada è quella del dialogo con l'opposizione, ma non si può dialogare se i leader dell'opposizione sono in prigione", pur riconoscendo l'immportanza del Bahrain per gli USA e l'impegno di Washington a preservarne la sicurezza. 
"Il nostro impegno - ha continuato Obama - deve andare al di là delle elites, (...) e in particolare verso i giovani", e ha poi evidenziato l'importanza di promuovere una piena libertà religiosa nella regione e la parità dei diritti tra uomo e donna. 
Obama ha poi parlato a lungo e nel dettaglio dei programmi di aiuti economici che gli USA stanno promuovendo nella regione, prendendo impegni precisi - cancellazione del debito, 1 miliardo di $ di aiuti , 2 miliardi per sostenere gli invesitmenti privati - soprattutto nei confronti di Tunisia ed Egitto.
La parte finale del discorso è stata poi dedicata a quella che Obama ha definito  "la pietra angolare" della politica americana nella regione: il perseguimento della pace, in particolare tra israeliani e palestinesi. In questo senso, Obama non ha svelato grandi novità ma ha confermato l'appoggio degli USA ad una soluzione basata sul principio "due popoli, due stati", e ha avvertito Israele del fatto che "lo status quo è insostenibile", e che i due stati dovranno essere basati sui confini del 1967 con reciproche concessioni. Il futuro stato palestinese, a sua volta, dovrà essere "demilitarizzato". Rimarranno questioni spinose, ha ammesso Obama, come Gerusalemme e i rifugiati palestinesi, ma un approccio basato su una chiara definizione territoriale e garanzie per la sicurezza reciproca potrà far avanzare il dialogo. Il recente accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas, ha detto Obama, pone un problema alla ripresa del dialogo perché è complicato dialogare con chi - Hamas - non riconosce nemmeno il diritto all'esistenza di Israele. 
"Abbiamo molte ragioni per essere speranzosi", ha concluso il Presidente, "la nostra nazione è stata fondata attraverso la ribellione ad un impero (...) e io non sarei qui se le generazioni passate non si fossero rivolte alla non-violenza come al mezzo per rendere perfetta la nostra unione".

venerdì, maggio 06, 2011

La "primavera araba" e la paura dell'islamismo

Si è parlato molto, in occasione delle recenti rivolte popolari nei Paesi arabi, del pericolo di una "confisca" delle rivendicazioni democratiche delle masse che sono scese in piazza da parte dei partiti islamisti. L'ultima rivoluzione che si è vista nel mondo arabo-musulmano, del resto, è stata quella khomeinista del 1979, che ha lasciato il segno nell'immaginario occidentale. Anchee con questa paura è stata giustificata la scarsa simpatia con cui sono state accolte queste rivolte, circondate da scetticismo, cautela e malcelato disagio verso un cambiamento che, si dice "non si sa dove porterà". Tutti conosciamo la natura autoritaria e repressiva dei regimi attualmente in carica in tutti Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Ma c'è un detto inglese che si addice al sentimento che proviamo verso di essi: "He may be a son of a bitch, but he's our son of a bitch" (Può darsi che sia un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana). Addirittura, anche un alleato dell'Iran e accerrimo nemico degli USA come Bashar al-Assad può contare sull'indifferenza complice dei governi occidentali, che preferiscono un nemico che ormai conoscono all'incognita del cambiamento.
Quale segno più chiaro dell'incapacità delle nostre società di guardare al futuro e di abbracciare il cambiamento con visione e coraggio? Quale sintomo più evidente della vecchiaia del nostro mondo ricco, che non sa far altro che godersi gli ultimi scampoli di benessere che gli rimangono, in attesa che il timone della politica e dell'economia mondiali venga assunto da potenze emergenti e, non dimentichiamolo, giovani?
Riporto qui di seguito un articolo molto interessante di Asef Bayat (scritto su Foreign Affairs, la più prestigiosa rivista americana di politica internazionale), un sociologo iraniano che spiega come le attuali rivolte della "primavera araba" vadano lette alla luce dell'impoverimento della classe media di questi Paesi e delle scarsissime opportunità offerte a giovani istruiti e globalizzati. Dal punto di vista politico, l'epoca d'oro dei partiti islamisti radicali è passata da tempo - visto anche il fallimento della rivoluzione iraniana nel mantenere le promesse fatte -, i protagonisti della scena politica sono oggi partiti moderni e democratici, che si rifanno ad un'ideale religioso più o meno allo stesso modo in cui fanno tanti partiti cristiano-democratici in Europa. Un esempio di questo fenomeno è l'AKP turco, che a detta di molti ha dato vita al miglior governo degli ultimi decenni. 
Il cambiamento è in atto, si può riconoscerlo o negarlo, ma di certo non aspetterà i nostri tempi.

The Post-Islamist Revolutions

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