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martedì, gennaio 22, 2013

"Non ripiegati, ma aperti". Intervista con mons. Adel Zaki

Ho avuto occasione recentemente di incontrare mons. Adel Zaki, vescovo dei cattolici latini del Cairo, e riporto qui alcuni estratti del nostro dialogo. Come dice lui stesso, i cattolici formano una minoranza nella minoranza, essendo la maggioranza dei cristiani appartenenti alla chiesa copta ortodossa.
E' stato un incontro particolarmente significativo visto il difficile momento che stanno attraversando le chiese egiziane, frustrate dalla presa del potere degli islamisti e impaurite di ciò che potrà accadere in futuro. Eppure, come emerge da questa intervista, questi sviluppi stanno avendo come conseguenza imprevista quella di spigere i cristiani a mettere da parte le divisioni per lavorare insieme e avere una sola voce. Non è una forma di unità "contro" nè solamente una posizione difensiva, ma è la presa di consapevolezza che una vera testimonianza cristiana è possibile solo nell'unità. Ed è nei momenti di difficoltà che, spesso, gli uomini fanno compiere alla storia balzi inaspettati.





SD - Intanto le chiederei di farmi un breve e sintetico quadro della comunità cattolica e più in generale della presenza cristiana in Egitto.

AZ - La comunità cattolica qui in Egitto è composta da sette riti, quella copta cattolica è la prima, poi vengono quelle melchita, latina, siriaca, caldea, armena e infine quella greco cattolica. I cattolici a livello di statistiche sono una minoranza nella minoranza, un piccolo gregge, un quarto di milione, ma la loro importanza non sta nel numero quanto nell’efficacia della loro presenza in questa terra d'Egitto. Tramite le scuole, la promozione umana, dispensari, orfanotrofi, vi è una presenza efficace e forte, che incide sulla vita della popolazione. Queste attività sono aperte a tutti, senza distinzioni, a cristiani e musulmani. Ripeto, questa presenza è numericamente esigua ma è come il lievito nella pasta, come dice il Vangelo, è il granellino di senapa. 

SD - A quando risale l'evangelizzazione cattolica dell'Egitto?

AZ – Risale a San Francesco d'Assisi, nel 1219 venne a Damietta e compì il suo storico incontro con il sultano Malek el-Kamel. Da quella data i missionari hanno cercato di mantenere una presenza qui, innanzitutto in funzione della Terrasanta, ma piano piano si sono radicati qui in Egitto. I missionari si sono inculturati, imparando la lingua, accettando le tradizioni, per questo è nata una provincia francescana egiziana, e attualmente non c'è nessun italiano, sono tutti francescani egiziani.

SD - Francesco fu in un certo senso un pioniere del dialogo. Nel tempo delle crociate, in un momento di forte scontro tra cristiani e musulmani, andò ad incontrare il Sultano. Cosa significa oggi dialogo qui in Egitto, in un momento in cui nuovamente si avverte forte lo scontro tra cristiani e musulmani a livello mondiale?

AZ – Davvero Francesco è stato, se così possiamo dire, un profeta del dialogo. Il dialogo è nato sul rispetto dell'altro, delle sue credenze, abitudini, sul rispetto dell'uomo. Oggi in Egitto è molto difficile il dialogo a livello intellettuale, si coltiva piuttosto il dialogo della vita. Noi viviamo gomito a gomito ogni giorno con i musulmani, è un dialogo fatto di esempio, di condivisione, di piena solidarietà in tutte le circostanze, sia quelle gioiose che quelle sofferte. È il dialogo di ogni giorno, della vita. In questo sta la preziosità della nostra presenza. La presenza di per sé, anche senza parlare, senza proclamare, diffondere il Vangelo, è di per sé un apostolato prezioso. Essere lì in mezzo alla gente, in mezzo ai musulmani, con tanto rispetto per la loro religione e le loro cose sacre. Si cerca sempre, come ci ha detto Francesco, di rendere ragione della nostra fede quando ci viene domandato. Si proclama il Vangelo nel silenzio, nell'esempio della vita, nella presenza continua.

SD - Siamo nella settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, come si sente la mancanza di unità quando si è minoranza?

AZ - Nell'unità c'è la forza, noi sperimentiamo veramente che in questa situazione noi non diamo la testimonianza dovuta dal cristianesimo. Però ci sono delle buone speranze con il nuovo papa copto, Tawadros II, che ha un senso pastorale, ecclesiastico, un'apertura. Tant'è vero che in varie circostanze lui ha manifestato questa apertura, questa disposizione ad accettare e ad accogliere l'altro. Parlando ad esempio del Natale non dice “il 7 gennaio”, ma dice che le feste natalizie in cominciano il 25 dicembre e si prolungano fino al 7 gennaio. E poi lui ha pubblicamente espresso il desiderio di voler incominciare incontri mensili di avvicinamento, per scambiarsi le idee e i punti di vista su qualsiasi situazione o problematica. Il 18 febbraio, in un clima di festa, proclamerà la fondazione di un consiglio che riunirà permanentemente le cinque famiglie cristiane – cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani e melchiti ortodossi. Una cosa simile al consiglio delle chiese cristiane del Medio Oriente ma basato in Egitto, per arrivare ad avere essere una sola voce, un atteggiamento di unione a nome della Chiesa. Lui sarà responsabile di questo consiglio per i primi tre anni e poi a turno lo saranno gli altri.

SD – Quali sono i rapporti con la Chiesa copta, una Chiesa che storicamente ha una forte identità?

AZ - Qui la maggioranza dei cristiani, che oscilla da 8 a 12 milioni, alcuni dicono da 10 a 18, sono cristiani ortodossi. La presenza degli ortodossi e certo più marcata nella società. Come dicevo, ci sono segnali positivi nel rapporto con loro. È la prima volta che per le feste natalizie viene una rappresentanza della Chiesa ortodossa a farci gli auguri in tutte le chiese cattoliche, mandata dal loro papa, sia ai latini, che ai greci, che ai maroniti, a tutti. Ha mandato delle delegazioni per fare gli auguri di Natale, così come anche noi abbiamo partecipato alla sua intronizzazione, e gli abbiamo portato gli auguri per le festività natalizie nel monastero dove lui è stato ultimamente. Abbiamo grandi speranze su questo papa.

SD - Quest'anno ricordiamo i 50 anni dall'apertura del concilio Vaticano II, che portò ad una riscoperta da delle chiese orientali. Che cosa rimane e che cosa resta da attuare di questa eredità?

AZ - Si è data poi una riscoperta dei documenti del Concilio, che non erano stati abbastanza valorizzati negli anni passati, e questo anniversario è stato per noi un motivo per riscoprirli. Ciò non riguarda solo il discorso del Concilio sui riti orientali, ma anche ciò che il Concilio ha proclamato sull'ecumenismo, sul dialogo con le altre religioni. Questo è veramente un tempo prezioso e importante che ha risvegliato nuovamente e messo in risalto questa volontà ferma di camminare insieme e di fare dei passi concreti tra le chiese. Facilmente qui in Egitto si tende al ripiegamento, questo è stato per noi un motivo per riaprirci. Non ripiegarsi ma aprirsi di più.

SD - Una realtà di cui si sente parlare molto spesso è quella dell'emigrazione dei cristiani dalle terre a maggioranza musulmana. Qual è l'entità del fenomeno qui in Egitto, quali fasce della popolazione tocca?

AZ - Questo tema è fonte di grande sofferenza, proprio perché come pastori sentiamo questo problema nella convinzione che il posto lasciato dai nostri fedeli diventa un vuoto che non viene riempito. I fedeli che vengono meno sono i fedeli che stanno bene, quelli che hanno delle buone posizioni. Paradossalmente quelli che ogni giorno soffrono e si affaticano continuano a rimanere, mentre quelli più agiati, quelli che dispongono di un livello culturale più elevato, emigrano perché guardano al futuro con pessimismo, perché non vedono chiarezza  e vedono che la situazione sta peggiorando. E siccome vogliono garantire il benessere per il futuro dei loro figli, lasciano il paese. Ma noi cerchiamo in tutte le maniere di convincerli a restare, certo è un diritto dell'uomo emigrare, non si può impedire a nessuno, ma noi non incoraggiamo l'emigrazione, la sconsigliamo. Ciononostante, dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011, più di 150.000 famiglie sono emigrate. Questa è una perdita continua di forze, persone, testimoni.


Noi però viviamo di fede e di speranza, e sappiamo che la fede non è quando le cose vanno bene, ma è nell'impossibile che Dio opera. E abbiamo questa fiducia in lui, che ci ha detto: “non temere piccolo gregge”. Noi abbiamo questa speranza. Questa terra è stata benedetta dal Signore. Nel libro del profeta Isaia si legge "dall'Egitto ho chiamato il mio figlio", il popolo egiziano è benedetto, la Sacra Famiglia è stata qui in Egitto. L'Egitto ospitò Abramo, Geremia e tanti altri uomini della Bibbia. E se fino ad ora questo cristianesimo vive in Egitto è merito della presenza del Signore e del monachesimo, che ha saputo difendere la fede. Lei vede che in Marocco, in Tunisia, in Algeria non ci sono più cristiani autoctoni, nonostante questi Paesi abbiano dato dei Padri alla Chiesa.
Ancora questo cristianesimo resiste e domanda al Signore di dargli forza e coraggio, per questa testimonianza di fede e di speranza.

venerdì, maggio 20, 2011

Il discorso di Obama sul Medio Oriente

Giovedì scorso, il presidente statunitense Barak Obama ha tenuto al Dipartimento di Stato un discorso sul Medio Oriente, molto atteso per capire quale sia la posizione complessiva degli Stati Uniti sulla "primavera araba". Il discorso, come di consueto per Obama, è stato un misto di idealismo e pragmatismo, visione e realpolitik, ma direi che, per chi è abituato agli asfissianti dibattiti pubblici europei e, in particolare, italiani, è una boccata d'aria. 
Soprattutto, colpisce l'atteggiamento positivo nel prospettare una speranza e, al contempo, realista.
Obama ha innanzitutto preso atto della situazione e del fatto che non è finita qui: "Due leader hanno lasciato il potere. Altri seguiranno". Il Presidente ha poi riconosciuto: "Nel momento in cui abbiamo trovato Bin Laden, l'agenda di al-Qaeda era già vista dalla maggior parte della regione come un vicolo cieco, e i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa avevano preso il loro futuro nelle loro mani". La domanda però sorge spontanea: se il vento era già cambiato e al-Qaeda era in declino, che bisogno c'era di uccidere Bin Laden rischiando di risvegliarne il carisma facendone un martire?
E' poi seguito un passaggio significativo, in cui Obama ha paragonato il gesto di Mohamed Bouazizi, l'ambulante tunisino che dandosi fuoco ha scatenato le rivolte in Tunisia, al gesto di Rosa Parks, che rifiutandosi di sedersi nei sedili dell'autobus "riservati" ai neri, fece scattare una serie di proteste contro la segregazione razziale.
"In troppi paesi - ha proseguito Obama - il potere è stato concentrato nelle mani di pochi". E ha riconosciuto come le rivolte siano nate da un desiderio di auto-determinazione, cioé dalla voglia di prendere il proprio destino nelle proprie mani. E ha proseguito: "ci vorranno anni prima che questa storia raggiunga il suo fine".
E' poi venuta la parte più significativa del discorso, che riporto in inglese: "The question before us is what role America will play as this story unfolds. For decades, the United States has pursued a set of core interests in the region: countering terrorism and stopping the spread of nuclear weapons; securing the free flow of commerce and safe-guarding the security of the region; standing up for Israel's security and pursuing Arab-Israeli peace.We will continue to do these things, with the firm belief that America's interests are not hostile to people's hopes; they're essential to them. Yet we must acknowledge that a strategy based solely upon the narrow pursuit of these interests will not fill an empty stomach or allow someone to speak their mind. Moreover, failure to speak to the broader aspirations of ordinary people will only feed the suspicion that has festered for years that the United States pursues our interests at their expense. Given that this mistrust runs both ways –- as Americans have been seared by hostage-taking and violent rhetoric and terrorist attacks that have killed thousands of our citizens -– a failure to change our approach threatens a deepening spiral of division between the United States and the Arab world."
In altre parole, Obama ha riconosciuto che gli Stati Uniti devono in parte invertire la rotta, per arginare i sentimenti di ostilità nei loro confronti dovuti a decenni di sostegno ai regimi autoritari e supporto incondizionato ad Israele. E ha continuato: "Lo status quo non è sostenibile. Società tenute insieme dalla paura e dalla repressione possono offrire l'illusione della stabilità per un certo periodo, ma sono costruite su delle faglie che alla fine si apriranno".
"Quindi noi siamo di fronte ad un'opportunità storica". Questo mi sembra il punto più importante, il cambiamento in atto come opportunità e non come minaccia.
"Gli Stati Uniti si oppongono all'uso della violenza e della repressione contro i popoli della regione" - ha continuato, dimenticando purtroppo, bisogna dirlo, l'Afghanistan, l'Iraq e la Libia - "Gli Stati Uniti sostengono una serie di valori universali - libertà di parola, di riunione, di religione, uguaglianza tra uomo e donna e il diritto di scegliere i propri governanti, sia che uno viva a Baghdad, Damasco, Sanaa o Teheran". Ho trovato quest'ultima lista di capitali molto significativa: da un lato si rivendica il successo della guerra in Iraq ma si riconosce anche implicitamente l'incompiutezza della democrazia irachena, mentre gli altri riferimenti sono rivolti alle rivoluzioni attualmente represse (Yemen e Siria) e all'attuale nemico numero uno degli USA nella regione, l'Iran.
Obama è poi entrato nello specifico delle singole situazioni, promettendo aiuti economici e sostegno alla democratizzazione in Tunisia ed Egitto, che ha descritto come gli stati-chiave della primavera araba. Ha detto che nel caso della Libia egli era - per l'esperienza irachena - ben consapevole delle difficoltà dell'intervento, ma come non se ne potesse fare a meno visto l'imminente ed annunciato massacro di civili a Benghazi. E' poi passato alla Siria, condannando la repressione e confermando le sanzioni appena adottate dagli USA contro il regime di Bashar al-Assad, dicendo chiaramente di quest'ultimo: "E' di fronte ad una scelta: può guidare la transizione, oppure togliersi di mezzo".
Obama ha poi condannato l'"ipocrisia iraniana", con un governo che dice di sostenere le rivolte arabe ma è stato il primo a reprimere il dissenso interno due anni fa. Ma ha anche riconosciuto che gli alleati degli Stati Uniti non sono stati da meno in quanto a brutalità e repressione, e ha citato i casi di Yemen e Bahrain a questo proposito. Per quanto riguarda questo ultimo staterello, che ospita parte della quinta flotta statunitense, Obama ha detto chiaramente: "l'unica strada è quella del dialogo con l'opposizione, ma non si può dialogare se i leader dell'opposizione sono in prigione", pur riconoscendo l'immportanza del Bahrain per gli USA e l'impegno di Washington a preservarne la sicurezza. 
"Il nostro impegno - ha continuato Obama - deve andare al di là delle elites, (...) e in particolare verso i giovani", e ha poi evidenziato l'importanza di promuovere una piena libertà religiosa nella regione e la parità dei diritti tra uomo e donna. 
Obama ha poi parlato a lungo e nel dettaglio dei programmi di aiuti economici che gli USA stanno promuovendo nella regione, prendendo impegni precisi - cancellazione del debito, 1 miliardo di $ di aiuti , 2 miliardi per sostenere gli invesitmenti privati - soprattutto nei confronti di Tunisia ed Egitto.
La parte finale del discorso è stata poi dedicata a quella che Obama ha definito  "la pietra angolare" della politica americana nella regione: il perseguimento della pace, in particolare tra israeliani e palestinesi. In questo senso, Obama non ha svelato grandi novità ma ha confermato l'appoggio degli USA ad una soluzione basata sul principio "due popoli, due stati", e ha avvertito Israele del fatto che "lo status quo è insostenibile", e che i due stati dovranno essere basati sui confini del 1967 con reciproche concessioni. Il futuro stato palestinese, a sua volta, dovrà essere "demilitarizzato". Rimarranno questioni spinose, ha ammesso Obama, come Gerusalemme e i rifugiati palestinesi, ma un approccio basato su una chiara definizione territoriale e garanzie per la sicurezza reciproca potrà far avanzare il dialogo. Il recente accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas, ha detto Obama, pone un problema alla ripresa del dialogo perché è complicato dialogare con chi - Hamas - non riconosce nemmeno il diritto all'esistenza di Israele. 
"Abbiamo molte ragioni per essere speranzosi", ha concluso il Presidente, "la nostra nazione è stata fondata attraverso la ribellione ad un impero (...) e io non sarei qui se le generazioni passate non si fossero rivolte alla non-violenza come al mezzo per rendere perfetta la nostra unione".

venerdì, maggio 06, 2011

La "primavera araba" e la paura dell'islamismo

Si è parlato molto, in occasione delle recenti rivolte popolari nei Paesi arabi, del pericolo di una "confisca" delle rivendicazioni democratiche delle masse che sono scese in piazza da parte dei partiti islamisti. L'ultima rivoluzione che si è vista nel mondo arabo-musulmano, del resto, è stata quella khomeinista del 1979, che ha lasciato il segno nell'immaginario occidentale. Anchee con questa paura è stata giustificata la scarsa simpatia con cui sono state accolte queste rivolte, circondate da scetticismo, cautela e malcelato disagio verso un cambiamento che, si dice "non si sa dove porterà". Tutti conosciamo la natura autoritaria e repressiva dei regimi attualmente in carica in tutti Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa. Ma c'è un detto inglese che si addice al sentimento che proviamo verso di essi: "He may be a son of a bitch, but he's our son of a bitch" (Può darsi che sia un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana). Addirittura, anche un alleato dell'Iran e accerrimo nemico degli USA come Bashar al-Assad può contare sull'indifferenza complice dei governi occidentali, che preferiscono un nemico che ormai conoscono all'incognita del cambiamento.
Quale segno più chiaro dell'incapacità delle nostre società di guardare al futuro e di abbracciare il cambiamento con visione e coraggio? Quale sintomo più evidente della vecchiaia del nostro mondo ricco, che non sa far altro che godersi gli ultimi scampoli di benessere che gli rimangono, in attesa che il timone della politica e dell'economia mondiali venga assunto da potenze emergenti e, non dimentichiamolo, giovani?
Riporto qui di seguito un articolo molto interessante di Asef Bayat (scritto su Foreign Affairs, la più prestigiosa rivista americana di politica internazionale), un sociologo iraniano che spiega come le attuali rivolte della "primavera araba" vadano lette alla luce dell'impoverimento della classe media di questi Paesi e delle scarsissime opportunità offerte a giovani istruiti e globalizzati. Dal punto di vista politico, l'epoca d'oro dei partiti islamisti radicali è passata da tempo - visto anche il fallimento della rivoluzione iraniana nel mantenere le promesse fatte -, i protagonisti della scena politica sono oggi partiti moderni e democratici, che si rifanno ad un'ideale religioso più o meno allo stesso modo in cui fanno tanti partiti cristiano-democratici in Europa. Un esempio di questo fenomeno è l'AKP turco, che a detta di molti ha dato vita al miglior governo degli ultimi decenni. 
Il cambiamento è in atto, si può riconoscerlo o negarlo, ma di certo non aspetterà i nostri tempi.

The Post-Islamist Revolutions

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venerdì, gennaio 14, 2011

Barbara Spinelli sul Corano

Riprendo le pubblicazioni del mio blog con questo interessante editoriale di Barbara Spinelli, comparso su La Repubblica un paio di giorni fa, che cerca di dare alcuni tratti del Corano. Naturalmente tutti noi sappiamo che da ogni libro sacro può essere tratta la giustificazione per una guerra così come le ragioni della pace. Quindi i soliti ciniconi non si sono trattenuti il giorno dopo dal pubblicare editoriali dove si elencavano tutte le frasi del Corano in cui si incita alla violenza. Il problema sta nell'interpretazione ma soprattutto nella lettura spirituale dei libri sacri. Tuttavia penso che l'articolo della Spinelli serva almeno a far venire la curiosità di approfondire il libro sacro dell'Islam e metta in luce gli aspetti "gentili" e non-violenti di una religione che troppo spesso viene additata come "intrinsecamente" intollerante.

Trovare nel Corano  l'Islam dell'amicizia
di BARBARA SPINELLI

LE STRAGI dei cristiani in una cattedrale di Baghdad e nella chiesa copta Al-Qaddissin a Alessandria d'Egitto sono segni non equivocabili, che qualcosa di grave sta succedendo in terre musulmane: la lenta e brutale estromissione dei cristiani, anche i più refrattari al proselitismo, i più inseriti nel luogo che abitano, non molto diversa dalla cacciata degli ebrei dai paesi arabi dopo il '48. Non importa, qui, chiedersi come mai quella cacciata scosse l'Europa meno dell'odierna oppressione di cristiani. Forse perché la martirologia cristiana ha riti consolanti antichi. Forse cominciamo appena a comprendere la catastrofe che fu la fine dell'impero asburgico, il nazionalismo identitario e le persecuzioni delle minoranze che essa generò dopo la prima guerra mondiale. Mentre ancora non comprendiamo, sino in fondo, i disastri nati dalla caduta dell'impero ottomano: che produsse nazionalismi etnici e religiosi e fu occasione, per i colonizzatori, di ridisegnare frontiere a vanvera, di usare i popoli dividendoli o accostandoli senza criterio. È uno dei motivi per cui quel continente ha Stati spesso falliti. L'ossificazione di vecchi confini impedisce di ricostruire le istituzioni, l'imperio della legge.

Ma la divisione più grave è quella che colpisce i cuori, che nelle religioni del Libro sono la sede non dei sentimenti ma della mente, del raziocinio. Tanto più essenziale è divenuto capire l'Islam: perché è ormai la seconda religione in occidente. Perché il soffrire dei cristiani nei Paesi musulmani assume proporzioni calamitose. Perché col tempo non cresce negli uni e negli altri l'unica dote che salvi: il sapere, il conoscersi reciproco. Questo degrado s'è esteso quando l'Islam è entrato, brutale, nella vita d'Occidente dopo l'11 settembre 2001.

Fu allora che molti, ansiosi di compiacersi più che di sapere, corsero a cercar lumi in saggi che descrivevano, in particolare, la disfatta dell'Islam (i libri di Bernard Lewis, di Samuel Huntington, lo stesso testo ben più antico dell'imperatore Paleologo citato nel 2006 a Ratisbona da Benedetto XVI). I più ispirati erano forse quelli che si chinavano su letteratura o testi originali: si pensi, in Italia, all'erudizione di Pietro Citati, o alla sapienza indagata da Sabino Chialà, monaco di Bose, o alla precisione con cui è stato riproposto il Corano, nel 2010 per Mondadori, dal curatore Alberto Ventura e dalla traduttrice Ida Zilio-Grandi.

Ma per scrutare un grande monoteismo è al testo base che urge tornare: al Corano, anche se tante sono le prescrizioni che vengono abrogate man mano che il Libro si snoda, provocando perenni conflitti d'interpretazione. Dobbiamo cominciare seriamente a leggerlo noi e forse anche i musulmani, che a volte lo dimenticano come i cristiani o gli ebrei sovente dimenticano i propri Libri.

Usiamo pensare, ad esempio, che nell'Islam non esistano la misericordia, la pietà, l'aiuto agli ultimi, il perdono. Non è vero, soprattutto quando in questione è la giustizia uguale per tutti. Certo, una separazione fra legge di Dio e leggi laiche è ardua nell'Islam, ma costantemente, nel Corano, la giustizia è definita "la cosa più prossima alla pietà". Nella sura 4:135 si intima: "Agite con ferma giustizia quando testimoniate davanti a Dio, anche se è contro voi stessi o contro i vostri genitori o contro i vostri parenti, siano essi poveri o ricchi, agli uni e agli altri Dio è più vicino di voi, dunque non seguite le passioni che vi fanno errare dalla rettitudine". Dio ordina di non seguire neppure l'impulso opposto, odiando gli avversari: "L'odio che nutrite contro un popolo miscredente non vi induca a essere ingiusti". Uccidere in assenza di premesse (la presenza di un assassino, un corruttore della terra) "è come uccidere l'intera umanità". Incolpevoli, nei preganti di Baghdad e Alessandria è stata uccisa, secondo la sura 5:32, l'intera umanità.

Anche se col passare dei secoli si dilatò nell'Islam la diffidenza verso ebrei e cristiani (non a causa della fede delle genti del Libro, non per l'aderenza alle loro Scritture, giudicate antesignane del Corano), il rispetto è grande perché il Dio è unico (Allah è traduzione del nome di Dio, tendiamo a scordarlo). L'accusa, risentita, non è di adempiere le Scritture, tutte e tre sacre, ma di adulterarle e credersi figli di Dio "più degli altri uomini" (5:18). Rigettate sono le idolatrie, le passioni incontrollate. L'uso della ragione (nel Corano discernimento, perspicacia) è intenso nell'Islam.

Illuminanti a questo proposito i detti islamici di Gesù, raccolti da Chialà per l'edizione Lorenzo Valla (2009). Vorremmo citarne qualcuno. "Inguaribile è lo stupido, come sabbia dalla quale niente germoglia". Gesù ammette di aver guarito il lebbroso e il cieco nato: invece "ho curato lo stupido, ma mi ha spossato" (362). E prima ancora, nel detto 303: "Non mi è stato impossibile riportare in vita i morti, ma mi è stato impossibile guarire lo stupido". Rumi racconta che Gesù fuggiva a gambe levate, se incontrava uno stupido. Stupido perché del tutto privo di discernimento, di giustizia, è il massacro dei cristiani d'Iraq e Egitto. Tanti morti, e Cristo dipinto imbrattato di sangue a Alessandria: con quale risultato? Con quale giardino radioso in vista, per il giorno in cui morte ti coglie? Gli stessi musulmani alessandrini sono sgomenti, e si offrono di presidiare loro le chiese.

Il Corano è contrario agli anatemi, alle scomuniche: il giudizio di miscredenza viene solo da Dio. La gentilezza ha uno spazio ampio nel Libro, così come vasto spazio è dedicato alle donne, che hanno meno diritti ma sono pur sempre soggetti giuridici ("Può darsi che voi disprezziate qualcosa in cui Dio ha posto un bene grande", sura 4:19). Quanto agli anatemi, la sura 2:256 è chiara: "Non c'è costrizione nella fede". Nella storia dell'Islam non potrebbero esistere conversioni forzate.

Che cosa guida allora, se non stupidità, ignoranza, e una vendetta ripetutamente scoraggiata dal Libro, la mano degli assassini o la mente degli indifferenti musulmani che sì malamente accolgono le condanne di Benedetto XVI, considerandole empie interferenze? Sembra guidarli l'incapacità radicale di mettere faccia a faccia fede e ragione, non a discapito l'una dell'altra. Un grande poeta dell'XI secolo, Abu L-Ala Al-Ma'arri, divideva la terra in "due sorti di persone: quelle che hanno la ragione senza religione, e quelle che hanno la religione e mancano di ragione".

Mille anni sono passati da allora, e ancor più dalla stesura del Corano: terzo grandioso tentativo monoteista di ingentilire la storta e cupa umanità. L'ultimo decennio di violenze, invece di stordire ancor più le menti, può esser l'occasione di tentare una memoria meno ostruita, un sapere meno trasandato. Dieci anni sono poco per iniziare a capire, e ognuno deve fare lo sforzo partendo da sé, perché le memorie comuni sono spesso una truffa, come accade in Italia attorno alla Resistenza. È un compito alto, difficile: per noi e anche per i musulmani. Nessuno è sconfitto, se si rimette a pensare.

Il Corano non pretende cose impossibili dall'uomo ("è una religione facile", diceva Muhammad), ma è severo quando parla di giustizia, pietà, ragione. Il sincretismo, oltre a non essere auspicato, è impossibile perché troppe sono le soperchierie che gli uni hanno fatto agli altri. Anche in religione, come in politica, dovrebbe esserci quella riconciliazione che memore del passato costruisca un futuro diverso. Gli arabi e persiani fra loro, gli arabi e gli ebrei in guerra continua, non hanno ancora prodotto (se si escludono, agli esordi dello Stato d'Israele, figure come Hannah Arendt o Judah Magnes), persone capaci di condividere un futuro storico, una federazione laica di etnie e religioni diverse, evitando i tranelli minimalisti della memoria condivisa.

mercoledì, ottobre 22, 2008

Un ricordo di Soeur Emmanuelle

Ecco un bel ricordo di Soeur Emmanuelle apparso su Le Monde.


L'histoire pourrait commencer par un tableau romantique. Une scène digne du film Titanic. Une jolie jeune fille aux yeux bleus est accoudée au bastingage d'un bateau, qui traverse la Manche et emporte ses rêves. Elle fume la cigarette, par défi aux conventions de sa famille de la bonne bourgeoisie belge. Un jeune homme blond l'aborde. Un bel Allemand. Il engage la conversation.

Où vous rendez-vous comme ça, Mademoiselle?
– Au couvent, Monsieur.
– Avec ces yeux-là? – Je ne les laisserai pas à la porte.
– Vous n'aimez pas l'aventure?
– Mais c'est pourquoi j'entre au couvent…"

Ce jour-là, la future Sœur Emmanuelle renonce à un mari et à une famille. Comme un saut dans le vide, un pari pascalien. Quarante-cinq ans plus tard, dans son premier livre, Chiffonnière avec les chiffonniers (1977), elle a ce cri du cœur : "Même si sur ma tombe ne croissent que des pissenlits et que mon âme s'anéantit avec celle de mon chat, eh bien! oui, cela valait la peine de laisser mon bel Allemand et… quelques autres." Puis, en fille obéissante de l'Eglise, elle ajoute aussitôt : "Attention, je n'ai pas une âme de chat. Je crois dur comme fer à la résurrection des morts et à la vie éternelle. Amen."

FRANC-PARLER

C'est peut-être le trait qui plaisait le plus, au premier abord, chez Sœur Emmanuelle : son franc-parler. Son côté "vieille nonne indigne", comme l'avait qualifiée avec humour le quotidien Libération. Tandis que certains n'hésitaient pas à la canoniser de son vivant, en la désignant comme "la sainte du Caire", elle ne cachait aucune de ses faiblesses : oui, elle avait eu des doutes, elle adorait les belles fourrures, les chapeaux, le chocolat noir et la glace à la vanille… Au plus fort de sa notoriété médiatique, elle faisait cet aveu : "L'orgueil se glisse partout. J'ai beau être une religieuse, quand on parle de moi, ça me fait plaisir."

Madeleine Cinquin est née à Bruxelles, le 16 novembre 1908, d'un père français et d'une mère belge. Sa famille, aisée, a fait fortune dans la lingerie fine. Elle est la seconde fille de trois enfants. Un choc vient bouleverser son enfance heureuse. En septembre 1914, alors qu'elle n'a pas six ans, son père se noie sous ses yeux, à Ostende. Il nage au milieu des vagues, il sourit, il fait signe à sa fille sur la plage. Soudain, il disparaît sous l'écume.

A plusieurs reprises, la religieuse a affirmé que ce traumatisme avait été à l'origine de son destin. Elle en a conservé un sentiment aigu de la précarité des choses : "Une petite fille a soudain compris, un dimanche matin, qu'on ne peut s'accrocher à l'écume, confiait-elle en 2000 à un journaliste de Var Matin. Dans l'inconscient, ma vocation date de là. J'ai cherché l'absolu, pas l'éphémère." L'absolu, la jeune fille qui vogue cheveux au vent sur le bateau va donc le trouver dans la vie religieuse. Sa décision est prise : en 1929, elle entre chez les religieuses de Notre-Dame de Sion. Une congrégation créée 1843 par Théodore Ratisbonne, qui gère plusieurs établissements prestigieux d'enseignement en français, sur le pourtour méditerranéen. La future chiffonnière est professeur à Istanbul, à Tunis, et enfin à Alexandrie. En tout, elle consacre quarante ans à l'éducation des jeunes filles des classes aisées. Elle qui, enfant, rêvait de mourir martyre ou de servir les pauvres…

Mais l'heure de la retraite arrive. A 62 ans, avec la permission de ses supérieures, celle que ses élèves appelaient Mère Emmanuelle débarque au Caire. Elle veut servir les lépreux. Par soif de radicalité. Le lazaret est situé en zone militarisée. Il faut demander l'autorisation au ministère de la santé, au ministère des affaires étrangères, et sans doute aussi au ministère de la guerre. Trop compliqué. Un jeune secrétaire de la nonciature lui suggère le bidonville des chiffonniers. Elle y va. Elle s'y trouve bien. Elle installe ses pénates dans une cabane à chèvres en tôle. Et c'est ainsi qu'en 1971, Mère Emmanuelle devient Sœur Emmanuelle, la religieuse des chiffonniers du Caire.

LÉGENDE

Le reste appartient déjà à la légende. Une suite de fioretti racontés par Sœur Emmanuelle dans ses nombreux livres. Les nuits avec les puces. Les rats qui courent entre ses jambes. Les femmes battues comme plâtre. Les gamins éméchés de mauvais alcool qui s'entretuent au couteau. Mais aussi l'alphabétisation des enfants, la fierté retrouvée des parents. Les jeunes qu'elle emmène voir le Nil, pour la première fois, et qui s'exclament : "El Bahr, El Bahr!" (la mer, la mer!), pareils aux soldats de l'Anabase, qui criaient "Thalassa!".

A Matareya, la sœur courage ouvre un dispensaire, un jardin d'enfant et un centre d'alphabétisation. Si les coptes, venus de Haute-Egypte, sont majoritaires, elle intervient aussi auprès des musulmans et s'efforce de rapprocher les deux communautés. Sa ligne de conduite est claire : pas de prosélytisme envers les musulmans, mais un effort de compréhension réciproque. Sur la porte de sa cabane, elle accroche une croix et un croissant, et la devise "Dieu est amour".

Sœur Emmanuelle s'installe ensuite à Mokattam, le plus grand des bidonvilles du pays. Son association, Les Amis de Sœur Emmanuelle, est chargée de collecter des fonds. La religieuse donne de sa personne et parcourt le monde, pour éveiller les consciences. Plusieurs fois, elle a raconté cet épisode devenu célèbre : "Un jour, à Genève, j'ai dit devant une assemblée très convenable : si je ne trouve pas 30000 dollars, il ne me restera plus qu'à faire un hold-up. Alors là, j'ai eu du succès et j'ai eu les 30000 dollars." Grâce aux dons collectés, elle parvient à mettre sur pied une usine de compost destinée recycler les déchets.

PLATEAUX TÉLÉ

La renommée de Sœur Emmanuelle se répand dans les salles de rédaction. En 1990, elle est invitée par Jean-Marie Cavada à "La Marche du siècle". A partir de cette date, elle est régulièrement présente sur les plateaux télé. Avec l'uniforme qu'elle s'est inventé et sous lequel elle passe à la postérité : blouse grise, fichu du même ton et baskets noires.

Ce petit bout de femme exerce une véritable fascination sur les journalistes et animateurs, qu'ils soient croyants ou non : Cavada, Poivre d'Arvor, Drucker, Pivot, tous succombent au charme de la petite bonne sœur en gris, qui les tutoie et leur donne du "mon petit Patrick" ou "mon cher Jean-Marie". A l'écran, elle laisse éclater son enthousiasme et son bonheur de vivre, qu'elle traduit par l'expression arabe "yalla!" (en avant).

"Respecter celui qui pense autrement" Elle égrène aussi quelques-unes de ses maximes fortes : "Contrairement à ce qu'a écrit Jean-Paul Sartre, les autres, ce n'est pas l'enfer. C'est le paradis pour peu qu'il y ait de l'amour. J'ai passé vingt ans de paradis au milieu de mes chiffonniers." Elle a fait sienne la devise de Marc-Aurèle : "L'obstacle est matière à action." Elle devient célèbre pour ses coups de colère par médias interposés, contre la bourgeoisie, les "magouilles" de la politique ou les ventes d'armes.

Sœur Emmanuelle ne fait pas mystère de ses positions hétérodoxes en matière de morale. Elle affirme haut et fort son admiration pour le pape Jean Paul II. Mais, dans ses dispensaires, elle fait distribuer la pilule aux jeunes femmes épuisées par les maternités. Elle évite de "dire publiquement autre chose que ce que dit l'Eglise", précise-t-elle. Ce qui ne l'empêche pas d'avouer tranquillement qu'elle est favorable au mariage des prêtres… Elle défend la vie religieuse, et ses trois vœux de pauvreté, chasteté et obéissance. Mais elle n'en cache pas les difficultés. Elle raconte l'amour éprouvé pour un collègue professeur, "un homme très intelligent, très fin, très bien, avec lequel je parlais souvent littérature, philosophie". Après une nuit de doute, qui avait failli faire vaciller sa vocation, elle avait renoncé à cette passion. Des années plus tard, à l'occasion de ses cinquante ans de vie religieuse, elle a reçu une lettre de ce professeur : "Eh bien, c'est drôle, en reconnaissant son écriture sur l'enveloppe, mon vieux cœur de 70 ans a fait "crunch"!"

LIBERTÉ DE TON

Est-ce pour cette liberté de ton que les supérieures de Sœur Emmanuelle lui demandent instamment de rentrer en France, officiellement pour "se reposer"? En 1993, elle décide d'obtempérer et quitte l'Egypte. Elle confie son œuvre à une religieuse copte, Sœur Sara. Sœur Emmanuelle prend ses quartiers dans une maison de retraite pour religieuses, dans le Var. Ce départ lui coûte. A plusieurs reprises, elle répète qu'elle aurait aimé "mourir avec [ses] chiffonniers". Elle veut devenir "orante", dit-elle, une "sœur universelle" unie par la prière aux pauvres du monde entier. C'est promis, elle ne s'exprimera plus dans les médias… Mais la vieille dame ne tient pas en place. Elle découvre ce qu'elle appelle "la détresse spirituelle et morale" de ses contemporains. Elle veut témoigner, par des conférences et des interventions télévisuelles. Comme ces vieux acteurs, elle annonce régulièrement "sa retraite", "son silence", sa dernière intervention. Puis, elle revient sur le devant de la scène, à l'occasion d'un livre ou pour collecter de l'argent.

Elle s'excuse de tutoyer tout le monde, y compris le président de la République, Jacques Chirac : "En arabe, tout le monde se dit tu …" En janvier 2002, elle est nommée commandeur dans l'ordre de la Légion d'honneur.

FOI EN L'HOMME

Souvent, les journalistes l'interrogent sur l'islam et l'islamisme : "Par essence, le musulman n'est ni un violent, ni un fanatique, assure-t-elle. J'en ai connu des milliers. Seulement chaque homme, surtout jeune, est enclin à libérer ses instincts primaires." Elle n'est pas favorable à l'interdiction du foulard à l'école : "N'est-il pas essentiel de respecter celui qui pense autrement? Si aujourd'hui j'étais chrétienne à l'école, je porterais un voile uniquement par instinct de liberté." Il suffit de peu de chose pour faire bouillir le sang de la rebelle qui coule dans ses veines.

Un jour, de retour des Philippines, elle découvre que le charter dans lequel elle se trouve est fréquenté par des personnes distinguées venues abuser d'enfants : "Si j'avais eu une bombe à ma disposition, j'aurais, comme les kamikazes, fait sauter l'avion!" Bon gré mal gré, Sœur Emmanuelle était devenue une icône médiatique. Messagère des pauvres en prime time, dispensatrice d'une indéboulonnable foi en l'homme, qui convenait aussi bien à ceux qui croyaient au Ciel qu'aux autres.

La chiffonnière du Caire n'avait pas d'âge. La célébrité lui était venue sur le tard, à l'âge de la retraite. Les Français avaient l'impression d'avoir toujours connu ce visage sillonné de longues rides, cette mèche blanche caché sous le fichu gris et cette voix à la fois fluette et tranchante. Dans l'imaginaire collectif, elle était devenue notre Mère Teresa nationale. L'une de ces figures tutélaires, comme l'histoire de notre pays les affectionne. On songe aux vers de Péguy sur sainte Geneviève, patronne de Paris :
"Et les durs villageois
[et les durs paysans,
La regardant vieillir
[l'avait crue éternelle."


Xavier Ternisien