Visualizzazione post con etichetta Chiesa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Chiesa. Mostra tutti i post

martedì, gennaio 22, 2013

"Non ripiegati, ma aperti". Intervista con mons. Adel Zaki

Ho avuto occasione recentemente di incontrare mons. Adel Zaki, vescovo dei cattolici latini del Cairo, e riporto qui alcuni estratti del nostro dialogo. Come dice lui stesso, i cattolici formano una minoranza nella minoranza, essendo la maggioranza dei cristiani appartenenti alla chiesa copta ortodossa.
E' stato un incontro particolarmente significativo visto il difficile momento che stanno attraversando le chiese egiziane, frustrate dalla presa del potere degli islamisti e impaurite di ciò che potrà accadere in futuro. Eppure, come emerge da questa intervista, questi sviluppi stanno avendo come conseguenza imprevista quella di spigere i cristiani a mettere da parte le divisioni per lavorare insieme e avere una sola voce. Non è una forma di unità "contro" nè solamente una posizione difensiva, ma è la presa di consapevolezza che una vera testimonianza cristiana è possibile solo nell'unità. Ed è nei momenti di difficoltà che, spesso, gli uomini fanno compiere alla storia balzi inaspettati.





SD - Intanto le chiederei di farmi un breve e sintetico quadro della comunità cattolica e più in generale della presenza cristiana in Egitto.

AZ - La comunità cattolica qui in Egitto è composta da sette riti, quella copta cattolica è la prima, poi vengono quelle melchita, latina, siriaca, caldea, armena e infine quella greco cattolica. I cattolici a livello di statistiche sono una minoranza nella minoranza, un piccolo gregge, un quarto di milione, ma la loro importanza non sta nel numero quanto nell’efficacia della loro presenza in questa terra d'Egitto. Tramite le scuole, la promozione umana, dispensari, orfanotrofi, vi è una presenza efficace e forte, che incide sulla vita della popolazione. Queste attività sono aperte a tutti, senza distinzioni, a cristiani e musulmani. Ripeto, questa presenza è numericamente esigua ma è come il lievito nella pasta, come dice il Vangelo, è il granellino di senapa. 

SD - A quando risale l'evangelizzazione cattolica dell'Egitto?

AZ – Risale a San Francesco d'Assisi, nel 1219 venne a Damietta e compì il suo storico incontro con il sultano Malek el-Kamel. Da quella data i missionari hanno cercato di mantenere una presenza qui, innanzitutto in funzione della Terrasanta, ma piano piano si sono radicati qui in Egitto. I missionari si sono inculturati, imparando la lingua, accettando le tradizioni, per questo è nata una provincia francescana egiziana, e attualmente non c'è nessun italiano, sono tutti francescani egiziani.

SD - Francesco fu in un certo senso un pioniere del dialogo. Nel tempo delle crociate, in un momento di forte scontro tra cristiani e musulmani, andò ad incontrare il Sultano. Cosa significa oggi dialogo qui in Egitto, in un momento in cui nuovamente si avverte forte lo scontro tra cristiani e musulmani a livello mondiale?

AZ – Davvero Francesco è stato, se così possiamo dire, un profeta del dialogo. Il dialogo è nato sul rispetto dell'altro, delle sue credenze, abitudini, sul rispetto dell'uomo. Oggi in Egitto è molto difficile il dialogo a livello intellettuale, si coltiva piuttosto il dialogo della vita. Noi viviamo gomito a gomito ogni giorno con i musulmani, è un dialogo fatto di esempio, di condivisione, di piena solidarietà in tutte le circostanze, sia quelle gioiose che quelle sofferte. È il dialogo di ogni giorno, della vita. In questo sta la preziosità della nostra presenza. La presenza di per sé, anche senza parlare, senza proclamare, diffondere il Vangelo, è di per sé un apostolato prezioso. Essere lì in mezzo alla gente, in mezzo ai musulmani, con tanto rispetto per la loro religione e le loro cose sacre. Si cerca sempre, come ci ha detto Francesco, di rendere ragione della nostra fede quando ci viene domandato. Si proclama il Vangelo nel silenzio, nell'esempio della vita, nella presenza continua.

SD - Siamo nella settimana di preghiera per l'unità dei cristiani, come si sente la mancanza di unità quando si è minoranza?

AZ - Nell'unità c'è la forza, noi sperimentiamo veramente che in questa situazione noi non diamo la testimonianza dovuta dal cristianesimo. Però ci sono delle buone speranze con il nuovo papa copto, Tawadros II, che ha un senso pastorale, ecclesiastico, un'apertura. Tant'è vero che in varie circostanze lui ha manifestato questa apertura, questa disposizione ad accettare e ad accogliere l'altro. Parlando ad esempio del Natale non dice “il 7 gennaio”, ma dice che le feste natalizie in cominciano il 25 dicembre e si prolungano fino al 7 gennaio. E poi lui ha pubblicamente espresso il desiderio di voler incominciare incontri mensili di avvicinamento, per scambiarsi le idee e i punti di vista su qualsiasi situazione o problematica. Il 18 febbraio, in un clima di festa, proclamerà la fondazione di un consiglio che riunirà permanentemente le cinque famiglie cristiane – cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani e melchiti ortodossi. Una cosa simile al consiglio delle chiese cristiane del Medio Oriente ma basato in Egitto, per arrivare ad avere essere una sola voce, un atteggiamento di unione a nome della Chiesa. Lui sarà responsabile di questo consiglio per i primi tre anni e poi a turno lo saranno gli altri.

SD – Quali sono i rapporti con la Chiesa copta, una Chiesa che storicamente ha una forte identità?

AZ - Qui la maggioranza dei cristiani, che oscilla da 8 a 12 milioni, alcuni dicono da 10 a 18, sono cristiani ortodossi. La presenza degli ortodossi e certo più marcata nella società. Come dicevo, ci sono segnali positivi nel rapporto con loro. È la prima volta che per le feste natalizie viene una rappresentanza della Chiesa ortodossa a farci gli auguri in tutte le chiese cattoliche, mandata dal loro papa, sia ai latini, che ai greci, che ai maroniti, a tutti. Ha mandato delle delegazioni per fare gli auguri di Natale, così come anche noi abbiamo partecipato alla sua intronizzazione, e gli abbiamo portato gli auguri per le festività natalizie nel monastero dove lui è stato ultimamente. Abbiamo grandi speranze su questo papa.

SD - Quest'anno ricordiamo i 50 anni dall'apertura del concilio Vaticano II, che portò ad una riscoperta da delle chiese orientali. Che cosa rimane e che cosa resta da attuare di questa eredità?

AZ - Si è data poi una riscoperta dei documenti del Concilio, che non erano stati abbastanza valorizzati negli anni passati, e questo anniversario è stato per noi un motivo per riscoprirli. Ciò non riguarda solo il discorso del Concilio sui riti orientali, ma anche ciò che il Concilio ha proclamato sull'ecumenismo, sul dialogo con le altre religioni. Questo è veramente un tempo prezioso e importante che ha risvegliato nuovamente e messo in risalto questa volontà ferma di camminare insieme e di fare dei passi concreti tra le chiese. Facilmente qui in Egitto si tende al ripiegamento, questo è stato per noi un motivo per riaprirci. Non ripiegarsi ma aprirsi di più.

SD - Una realtà di cui si sente parlare molto spesso è quella dell'emigrazione dei cristiani dalle terre a maggioranza musulmana. Qual è l'entità del fenomeno qui in Egitto, quali fasce della popolazione tocca?

AZ - Questo tema è fonte di grande sofferenza, proprio perché come pastori sentiamo questo problema nella convinzione che il posto lasciato dai nostri fedeli diventa un vuoto che non viene riempito. I fedeli che vengono meno sono i fedeli che stanno bene, quelli che hanno delle buone posizioni. Paradossalmente quelli che ogni giorno soffrono e si affaticano continuano a rimanere, mentre quelli più agiati, quelli che dispongono di un livello culturale più elevato, emigrano perché guardano al futuro con pessimismo, perché non vedono chiarezza  e vedono che la situazione sta peggiorando. E siccome vogliono garantire il benessere per il futuro dei loro figli, lasciano il paese. Ma noi cerchiamo in tutte le maniere di convincerli a restare, certo è un diritto dell'uomo emigrare, non si può impedire a nessuno, ma noi non incoraggiamo l'emigrazione, la sconsigliamo. Ciononostante, dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011, più di 150.000 famiglie sono emigrate. Questa è una perdita continua di forze, persone, testimoni.


Noi però viviamo di fede e di speranza, e sappiamo che la fede non è quando le cose vanno bene, ma è nell'impossibile che Dio opera. E abbiamo questa fiducia in lui, che ci ha detto: “non temere piccolo gregge”. Noi abbiamo questa speranza. Questa terra è stata benedetta dal Signore. Nel libro del profeta Isaia si legge "dall'Egitto ho chiamato il mio figlio", il popolo egiziano è benedetto, la Sacra Famiglia è stata qui in Egitto. L'Egitto ospitò Abramo, Geremia e tanti altri uomini della Bibbia. E se fino ad ora questo cristianesimo vive in Egitto è merito della presenza del Signore e del monachesimo, che ha saputo difendere la fede. Lei vede che in Marocco, in Tunisia, in Algeria non ci sono più cristiani autoctoni, nonostante questi Paesi abbiano dato dei Padri alla Chiesa.
Ancora questo cristianesimo resiste e domanda al Signore di dargli forza e coraggio, per questa testimonianza di fede e di speranza.

martedì, aprile 03, 2012

Morte di un grande egiziano

La notizia è giunta fino sui nostri media, che ormai hanno smesso di accendere i riflettori sui Paesi nel Nord Africa. Per loro sì, quella araba è stata proprio una "primavera", nel senso che l'interesse per quello che succede al di là del Mediterraneo è in fretta svanito. Ma la morte del papa Shenouda III, patriarca della Chiesa copta d'Egitto, non poteva passare inosservata. Andando in Egitto, ho trovato una comunità copta intimorita del futuro, ma anche forte nella propria identità e desiderosa di giocare un ruolo nell'Egitto di domani. Certo, la democrazia ha portato con sé molte incertezze, ma in realtà la "protezione" di cui i cristiani godevano sotto Mubarak era ambigua e illusoria: quando infatti il regime aveva bisogno di una valvola di sfogo per il malcontento popolare, utilizzava anche i copti come capro espiatorio. Non a caso, i responsabili del terribile attentato alla chiesa dei Due Santi di Alessandria in occasione del Natale copto del 2011 non sono mai stati presi, ma molti pensano si annidino in realtà tra le fila dello stesso Ministero dell'Interno. 
Un graffite su un muro del Cairo: il futuro dell'Egitto
Nel Parlamento egiziano appena eletto, i copti sono rappresentati solamente da 13 deputati su 498. Tale percentuale è fortemente inferiore al peso demografico dei copti: su 80 milioni di egiziani, a seconda delle stime i cristiani (per la stragrande maggioranza copti) sono infatti tra il 6 e il 20% della popolazione. Essi tuttavia non si identificano politicamente con un solo partito, e sebbene ciò sia in sé un fatto positivo per evitare un'eccessiva confessionalizzazione della politica egiziana, dall'altro ha disperso il voto copto impedendo l'elezione di un numero congruo di rappresentanti cristiani in Parlamento.
La crescita dei movimenti islamisti non è di per sé un segnale inquietante per i cristiani, ma certamente è un dato con cui confrontarsi. I più importanti dirigenti del Partito per la Libertà e la Giustizia, espressione dei Fratelli Musulmani e in controllo del 45% dei seggi in Parlamento, hanno voluto partecipare pubblicamente alle celebrazioni del Natale copto lo scorso gennaio, dando un segnale molto importante e senza precedenti nella storia. 
Maggiori timori sono invece legati all'ala più radicale e conservatrice del campo islamista egiziano, quella rappresentata dai partiti salafiti (letteralisti e rigoristi nella loro interpretazione dell'Islam, fortemente sostenuti da alcuni "poteri forti" nei Paesi del Golfo) che non sembrano aver accettato pienamente l'idea del pluralismo religioso.
In generale, ho potuto constatare da parte degli islamisti egiziani l'attitudine a considerare quella dei copti come una questione di "protezione delle minoranze", ricollegandosi all'antica tradizione di tutela dei diritti dei "popoli del libro" presente nell'Islam fin dalla sua nascita e istituzionalizzata sotto l'Impero Ottomano attraverso l'istituto della dhimma. I dhimmi, ossia i sudditi dell'Impero non-musulmani (inizialmente solo ebrei e cristiani, poi tutti) godevano della protezione da parte delle autorità in cambio del pagamento di una tassa. Erano esentati dalle tasse di natura religiosa imposte ai musulmani e potevano regolare le questioni relative allo statuto personale (matrimoni, eredità, etc.) attraverso le proprie leggi.
E' chiaro che se questo tipo di regime poteva essere adatto ai tempi cinquecento anni fa - quando anzi, era particolarmente innovativo e liberale - oggi non può regolare la vita di uno stato democratico pluralista. Molti copti mi hanno detto: "Perché gli islamisti dicono continuamente che vogliono 'proteggerci'? Da chi devono proteggerci, forse dai loro stessi seguaci? Non siamo forse cittadini come gli altri?". Cittadini, questa è la parola chiave. La vera rivoluzione sarà quando in Egitto, Siria, Libano e tanti altri Paesi si riconosceranno agli individui uguali diritti fondamentali in nome di una pari cittadinanza che non prenda in considerazione l'appartenenza religiosa, ma la pari dignità di ogni essere umano e dei membri di una stessa comunità nazionale.
Da questi brevi tratti che ho cercato di riassumere, si comprende bene come la perdita di una figura di riferimento quale era papa Shenouda sia in questo momento fonte di ulteriori incertezze e apprensioni tra  cristiani copti d'Egitto. Attendiamo un successore all'altezza dei tempi, e nel frattempo cerchiamo almeno di non girarci dall'altra parte di fronte alla storia che scorre davanti ai nostri occhi, al di là del mare.
Qui di seguito, un bell'articolo di Marco Impagliazzo su Avvenire, in cui è tratteggiata la grande figura di Shenouda III.


IL CORAGGIO DEL TESTIMONE, di Marco Impagliazzo
 
La Chiesa copta d’Egitto, che con i suoi almeno otto milioni di fedeli è oggi la comunità cristiana più numerosa del mondo arabo, ha perso il suo capo, papa Shenouda III. Dal 1971, anno in cui venne eletto alla guida di questa Chiesa minoritaria e al tempo stesso vivace e complessa, è riuscito a rendere i copti protagonisti della vita religiosa, sociale e politica di un grande Paese come l’Egitto. Shenouda, il cui nome civile era Nazir Gayyed Raphael, proveniva da una famiglia della classe media rurale della regione di Assiut.
 Laureatosi in storia all’Università del Cairo e poi in teologia, fu, dall’inizio degli anni Cinquanta, un giovane esponente del movimento di rinnovamento copto, legato alle cosiddette «scuole della Domenica». Monaco nella regione desertica di Ouadi el Natrun, si dedicò per quasi dieci anni alla vita eremitica.
Papa Shenouda III
 Nel 1962 il patriarca Cirillo VI, che aveva iniziato un profondo rinnovamento della Chiesa a partire dai monasteri, lo consacrò vescovo con il nome di Shenouda. Nel 1971, quando divenne papa dei copti, espressione di una nuova generazione ecclesiastica, si presentò subito come un riformatore, scegliendo di confrontarsi direttamene con il potere politico, perché lottava contro l’emarginazione dei copti dalla vita pubblica e l’islamizzazione della società.
 Nel 1972, un anno dopo l’elezione, a seguito dell’incendio di una chiesa copta al Cairo, chiese a tutti i preti e ai vescovi residenti nella capitale di manifestare circondando il luogo di culto bruciato per proteggerlo simbolicamente. Fu solo il primo atto di protesta con l’obiettivo di uscire dagli stretti confini di una Chiesa devozionale e garantirsi uno spazio riconosciuto nella società egiziana.
 Shenouda, vero leader delle proteste insieme ai suoi vescovi, aprì anche un dibattito sullo «statuto dei copti» per rivendicare la parità tra musulmani e cristiani in Egitto.
 La protesta più clamorosa si registrò nel 1980, quando il capo dello Stato era Sadat, con la soppressione delle celebrazioni pasquali decisa dal patriarca. Un anno dopo il presidente, in seguito a sanguinosi scontri tra musulmani e copti, fece arrestare i principali leader fondamentalisti islamici e sciolse le loro associazioni, ma contemporaneamente fece incarcerare otto vescovi copti e depose il patriarca. Shenouda fu assegnato a residenza sorvegliata in un monastero fino al 1985. In questi quattro anni, la Chiesa fu retta da una commissione di cinque vescovi, anche perché non tutta la comunità copta condivise la prova di forza di Shenouda con il potere. L’opposizione venne da grandi famiglie copte come i Ghali, il cui leader, Boutros, collaborò con Sadat e fu uno degli artefici degli accordi di Camp David nonché, successivamente, segretario generale dell’Onu. Ma anche da Matta El Meskin, figura carismatica del rinnovamento monastico. Dopo l’attentato a Sadat nell’ottobre 1981 e l’avvento di Mubarak, venne avviata una politica di pacificazione nazionale di cui beneficiarono anche le minoranze. Uno degli effetti fu la liberazione dello stesso Shenouda.
Il patriarca, uscito rafforzato dalla prigionia, diede slancio alla classe dirigente della sua Chiesa nominando giovani vescovi, interpreti della sua linea. Da allora fino a oggi è stato il leader indiscusso dei copti, trattando con lo Stato senza mediazioni, accentuando gli aspetti «movimentisti» della sua Chiesa e favorendo la coesione della comunità cristiana, attraverso la stampa e i mass media.
 Shenouda lascia una Chiesa con un forte senso di identità ed elevato livello di partecipazione, specie tra le giovani generazioni. I migliori rapporti con lo Stato si sono tradotti in un sostegno costante alle autorità via via costituitesi in Egitto dopo la caduta di Mubarak, soprattutto nel tentativo di arginare il fondamentalismo. Ora la comunità copta si trova senza guida in un momento molto complesso della storia politica e civile dell’Egitto, stretta tra un riformismo ancora da venire e un islamismo sempre più forte (quasi il 70% dei voti alle recenti elezioni legislative) con cui fare i conti.

domenica, aprile 01, 2007

La conferenza episcopale...

Malgrado il titolo ironico, l'argomento di questo post è estermamente serio.

Quando si sente parlare di coferenza episcopale, infatti, in questi giorni si pensa subito alla nostra CEI e al dibattito sui DICO, nel quale non voglio assolutamente addentrarmi.

Ciò di cui voglio parlare è invece un avvenimento che mi ha colpito molto e a cui non è stato dato alcun risalto, né dai mass media né, mi duole dirlo, dalla Chiesa, mentre iniziative di questo tipo andrebbero sostenute a voce alta.

Sto parlando della lettera pastorale che la Conferenza Episcopale dello Zimbabwe ha inviato a tutti i suoi fedeli in occasione della Pasqua 2007, intitolata "Dio ascolta il grido dell'oppresso" e che contiene un'accusa diretta e senza appello al regime del presidente Mugabe.

Ancora negli ultimi giorni Mugabe ha fatto picchiare folle di manifestanti pacifici, ha ordinato l'arresto e la tortura del capo dell'opposizione, ma ciò che è più grave è che ha portato al collasso l'economia di uno dei Paesi potenzialmente più ricchi dell'Africa intera. L'inflazione è, pensate, al 1.600 %, e il Paese, un tempo uno dei maggiori esportatori di prodotti agricoli del continente, è oggi ridotto alla fame.

Di fronte a tutto ciò, la posizone dei vescovi è chiara: "L'oppressione è peccato e non si può scendere a compromessi con essa. Deve essere superata. Dio sta dalla pare dell'oppresso".

Vi invito a leggere il testo integrale della lettera pastorale dei vescovi che riporto qui sotto. Meritano tutte le nostre preghiere e il nostro sostegno.

Zimbabwe Catholic Bishops' Conference (Harare)

DOCUMENT March 30, 2007

Pastoral Letter by the Zimbabwe Catholic Bishops' Conference on the Current Crisis of Our Country
Holy Thursday, 5 April 2007

As your Shepherds we have reflected on our national situation and, in the light of the Word of God and Christian Social Teaching, have discerned what we now share with you, in the hope of offering guidance, light and hope in these difficult times.
The Crisis

The people of Zimbabwe are suffering. More and more people are getting angry, even from among those who had seemed to be doing reasonably well under the circumstances. The reasons for the anger are many, among them, bad governance and corruption. A tiny minority of the people have become very rich overnight, while the majority are languishing in poverty, creating a huge gap between the rich and the poor. Our Country is in deep crisis. A crisis is an unstable situation of extreme danger and difficulty. Yet, it can also be turned into a moment of grace and of a new beginning, if those responsible for causing the crisis repent, heed the cry of the people and foster a change of heart and mind especially during the imminent Easter Season, so our Nation can rise to new life with the Risen Lord.
In Zimbabwe today, there are Christians on all sides of the conflict; and there are many Christians sitting on the fence. Active members of our Parish and Pastoral Councils are prominent officials at all levels of the ruling party. Equally distinguished and committed office-bearers of the opposition parties actively support church activities in every parish and diocese. They all profess their loyalty to the same Church. They are all baptised, sit and pray and sing together in the same church, take part in the same celebration of the Eucharist and partake of the same Body and Blood of Christ. While the next day, outside the church, a few steps away, Christian State Agents, policemen and soldiers assault and beat peaceful, unarmed demonstrators and torture detainees. This is the unacceptable reality on the ground, which shows much disrespect for human life and falls far below the dignity of both the perpetrator and the victim.
In our prayer and reflection during this Lent, we have tried to understand the reasons why this is so. We have concluded that the crisis of our Country is, in essence, a crisis of governance and a crisis of leadership apart from being a spiritual and moral crisis.

A Crisis of Governance

The national health system has all but disintegrated as a result of prolonged industrial action by medical professionals, lack of drugs, essential equipment in disrepair and several other factors.
In the educational sector, high tuition fees and levies, the lack of teaching and learning resources, and the absence of teachers have brought activities in many public schools and institutions of higher education to a standstill. The number of students forced to terminate their education is increasing every month. At the same time, Government interference with the provision of education by private schools has created unnecessary tension and conflict.
Public services in Zimbabwe's towns and cities have crumbled. Roads, street lighting, water and sewer reticulation are in a state of severe disrepair to the point of constituting an acute threat to public health and safety, while the collection of garbage has come to a complete standstill in many places. Unabated political interference with the work of democratically elected Councils is one of the chief causes of this breakdown.
The erosion of the public transport system has negatively affected every aspect of our Country's economy and social life. Horrific accidents claim the lives of dozens of citizens each month.
Almost two years after the Operation Murambatsvina, thousands of victims are still without a home. That inexcusable injustice has not been forgotten.
Following a radical land reform programme seven years ago, many people are today going to bed hungry and wake up to a day without work. Hundreds of companies were forced to close. Over 80 per cent of the people of Zimbabwe are without employment. Scores risk their lives week after week in search of work in neighbouring countries.
Inflation has soared to over 1,600 per cent, and continues to rise, daily. It is the highest in the world and has made the life of ordinary Zimbabweans unbearable, regardless of their political preferences. We are all concerned for the turnaround of our economy but this will remain a dream unless corruption is dealt with severely irrespective of a person's political or social status or connections.
The list of justified grievances is long and could go on for many pages.
The suffering people of Zimbabwe are groaning in agony: "Watchman, how much longer the night"? (Is 21:11)

A Crisis of Moral Leadership

The crisis of our Country is, secondly, a crisis of leadership. The burden of that crisis is borne by all Zimbabweans, but especially the young who grow up in search of role models. The youth are influenced and formed as much by what they see their elders doing as by what they hear and learn at school or from their peers.
If our young people see their leaders habitually engaging in acts and words which are hateful, disrespectful, racist, corrupt, lawless, unjust, greedy, dishonest and violent in order to cling to the privileges of power and wealth, it is highly likely that many of them will behave in exactly the same manner. The consequences of such overtly corrupt leadership as we are witnessing in Zimbabwe today will be with us for many years, perhaps decades, to come. Evil habits and attitudes take much longer to rehabilitate than to acquire. Being elected to a position of leadership should not be misconstrued as a licence to do as one pleases at the expense of the will and trust of the electorate.

A Spiritual and Moral Crisis

Our crisis is not only political and economic but first and foremost a spiritual and moral crisis. As the young independent nation struggles to find its common national spirit, the people of Zimbabwe are reacting against the "structures of sin" in our society. Pope John Paul II says that the "structures of sin" are "rooted in personal sin, and thus always linked to the concrete acts of individuals who introduce these structures, consolidate them and make them difficult to remove. And thus they grow stronger, spread, and become the source of other sins, and so influence people's behaviour." [1] The Holy Father stresses that in order to understand the reality that confronts us, we must "give a name to the root of the evils which afflict us." [2] That is what we have done in this Pastoral Letter.

The Roots of the Crisis

The present crisis in our Country has its roots deep in colonial society. Despite the rhetoric of a glorious socialist revolution brought about by the armed struggle, the colonial structures and institutions of pre-independent Zimbabwe continue to persist in our society. None of the unjust and oppressive security laws of the Rhodesian State have been repealed; in fact, they have been reinforced by even more repressive legislation, the Public Order and Security Act and the Access to Information and Protection of Privacy Act, in particular. It almost appears as though someone sat down with the Declaration of Human Rights and deliberately scrubbed out each in turn.
Why was this done? Because soon after Independence, the power and wealth of the tiny white Rhodesian elite was appropriated by an equally exclusive black elite, some of whom have governed the country for the past 27 years through political patronage. Black Zimbabweans today fight for the same basic rights they fought for during the liberation struggle. It is the same conflict between those who possess power and wealth in abundance, and those who do not; between those who are determined to maintain their privileges of power and wealth at any cost, even at the cost of bloodshed, and those who demand their democratic rights and a share in the fruits of independence; between those who continue to benefit from the present system of inequality and injustice, because it favours them and enables them to maintain an exceptionally high standard of living, and those who go to bed hungry at night and wake up in the morning to another day without work and without income; between those who only know the language of violence and intimidation, and those who feel they have nothing more to lose because their Constitutional rights have been abrogated and their votes rigged. Many people in Zimbabwe are angry, and their anger is now erupting into open revolt in one township after another.
The confrontation in our Country has now reached a flashpoint. As the suffering population becomes more insistent, generating more and more pressure through boycotts, strikes, demonstrations and uprisings, the State responds with ever harsher oppression through arrests, detentions, banning orders, beatings and torture. In our judgement, the situation is extremely volatile. In order to avoid further bloodshed and avert a mass uprising the nation needs a new people-driven Constitution that will guide a democratic leadership chosen in free and fair elections that will offer a chance for economic recovery under genuinely new policies.
Our Message of Hope: God is always on the Side of the Oppressed
The Bible has much to say about situations of confrontation. The conflict between the oppressor and the oppressed is a central theme throughout the Old and New Testaments.[3] Biblical scholars have discovered that there are no less than twenty different root words in Hebrew to describe oppression.
One example is the Creed of the chosen people, which we read on the First Sunday of Lent: "My Father was a homeless Aramaean. He went down to Egypt to find refuge there, few in numbers; but there he became a nation, great, mighty and strong. The Egyptians ill-treated us, they gave us no peace and inflicted harsh slavery on us. But we called on the Lord, the God of our fathers. The Lord heard our voice and saw our misery, our toil and our oppression; and the Lord brought us out of Egypt with mighty hand and outstretched arm, with great terror, and with signs and wonders . ... " (Deut 26:5b-8).
The Bible describes oppression in concrete and vivid terms: Oppression is the experience of being crushed, degraded, humiliated, exploited, impoverished, defrauded, deceived and enslaved. And the oppressors are described as cruel, ruthless, arrogant, greedy, violent and tyrannical; they are called 'the enemy'. Such words could only have been used by people who in their own lives and history had an immediate and personal experience of being oppressed. To them Yahweh revealed himself as the God of compassion who hears the cry of the oppressed and who liberates them from their oppressors. The God of the Bible is always on the side of the oppressed. He does not reconcile Moses and Pharaoh, or the Hebrew slaves with their Egyptian oppressors. Oppression is sin and cannot be compromised with. It must be overcome. God takes sides with the oppressed. As we read in Psalm 103:6: "God who does what is right, is always on the side of the oppressed". [4]
When confronted with the politically powerful, Jesus speaks the language of the boldest among Israel's prophets. He calls Herod 'that fox' (Lk13:32) and courageously exposes the greed for money, power and adulation of the political elite. And he warns his disciples never to do likewise: "Among the gentiles it is the kings who lord it over them, and those who have authority over them are given the title Benefactor. With you this must not happen. No, the greatest among you must behave as if he were the youngest, the leader as if he were the one who serves" (Lk 22:25-27). And he warns Pilate in no uncertain terms that he will be held to account by God for his use of power over life and death (John 19:11).
Throughout the history of the Church, persecuted Christians have remembered, prayed and sung the prophetic words of Mary: "[The Lord] has used the power of his arm, he has routed the arrogant of heart. He has pulled down princes from their thrones and raised high the lowly. He has filled the starving with good things, sent the rich away empty" (Lk1:50-53).
Generations of Zimbabweans, too, throughout their own long history of oppression and their struggle for liberation, have remembered, prayed and sung these texts from the Old and New Testaments and found strength, courage and perseverance in their faith that Jesus is on their side. That is the message of hope we want to convey in this Pastoral Letter: God is on your side. He always hears the cry of the poor and oppressed and saves them.

Conclusion

We conclude our Pastoral Letter by affirming with a clear and unambiguous Yes our support of morally legitimate political authority. At the same time we say an equally clear and unambiguous No to power through violence, oppression and intimidation. We call on those who are responsible for the current crisis in our Country to repent and listen to the cry of their citizens. To the people of Zimbabwe we appeal for peace and restraint when expressing their justified grievances and demonstrating for their human rights.
Words call for concrete action, for symbols and gestures which keep our hope alive. We therefore invite all the faithful to a Day of Prayer and Fasting for Zimbabwe, on Saturday, 14 April 2007. This will be followed by a Prayer Service for Zimbabwe, on Friday, every week, in all parishes of our Country. As for the details, each Diocese will make known its own arrangements.

May the Peace and Hope of the Risen Lord be with you always. Happy Easter.

Prayer For Our Country

God Our Father,
You have given all peoples one common origin,
And your will is to gather them as one family in yourself.
Give compassion to our leaders, integrity to our citizens, and repentance to us all.
Fill the hearts of all women and men with your love
And the desire to ensure justice for all their brothers and sisters.
By sharing the good things you give us
May we ensure justice and equality for every human being,
An end to all division, and a human society built on love,
Lasting prosperity and peace for all.
We ask this through Jesus Christ, our Lord. Amen.
Our Father... Hail Mary... Glory be to the Father ...

+Robert C. Ndlovu, Archbishop of Harare (ZCBC President)
+Pius Alec M. Ncube, Archbishop of Bulawayo
+Alexio Churu Muchabaiwa, Bishop of Mutare (ZCBC Secretary/Treasurer)
+Michael D. Bhasera, Bishop of Masvingo
+Angel Floro, Bishop of Gokwe (ZCBC Vice President)
+Martin Munyanyi, Bishop of Gweru
+Dieter B. Scholz SJ, Bishop of Chinhoyi
+Albert Serrano, Bishop of Hwange
+Patrick M. Mutume, Auxiliary Bishop of Mutare
References: [1]John Paul II (1987), Encyclical Letter Sollicitudo Rei Socialis, paragraph 36 [2]Ibid [3] The Kairos Document (1985), Challenge to the Church, A Theological Comment on the Political Crisis in South Africa, p 19 f 4The Kairos Document (1985), Challenge to the Church, A Theological Comment on the Political Crisis in South Africa, p 20