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lunedì, dicembre 12, 2011

Sinai. L'ultima frontiera

Il Corriere della Sera online ha pubblicato oggi un bellissimo reportage sui rifugiati eritrei e sudanesi che vengono rapiti, violentati e torturati dalle tribù nomadi nel Sinai. E' il risultato della politica dei respingimenti e della guerra in Libia: le rotte si sono spostate verso est. Il racconto è agghiacciante ma merita di essere letto perché ci aiuta a entrare in una realtà poco conosciuta e ad accorgerci che, anche se gli immigrati non sbarcano più a Lampedusa, non per questo hanno smesso di sperare l'Europa.


Le mamme perdute del Sinai
«Il nostro inferno tra i predoni»

Stupri e torture: i racconti delle africane vittime dei trafficanti

TEL AVIV - È pomeriggio, ha smesso di piovere, ma questa donna nella camera in fondo è ancora a letto, nell'odore acre di chiuso e abbandono, dentro il fumo irrespirabile di un fornello a gas acceso nella prima stanza, vicino al materasso. «Devi far prendere aria al piccolo», dice Michal, l'assistente sociale, a una ragazza che siede accanto a un fagotto di pochi mesi. Lei non capisce. Due bambine che corrono tra le pozzanghere in sandali più grandi dei loro piedi vengono chiamate per tradurre. La ragazza annuisce, ma non si muove. Michal sospira: «È una situazione così difficile...».

Venticinque letti ricavati dall'Ong Ardc in una struttura bassa nel quartiere più povero di Tel Aviv per altrettante donne. Ognuna con uno o più bambini, tante con una pancia di mesi, l'ultimo parto tre settimane fa, una femmina. La gran parte vittima di stupri, ripetuti e feroci, da parte dei beduini che le hanno tenute segregate nel Sinai, lungo il percorso per Israele. La tappa finale di un viaggio che inizia in Eritrea, passa per il Sudan, arriva in Egitto; e che da anni lascia migliaia di migranti in balìa di ex contrabbandieri ora trafficanti di esseri umani.
Dalle donne è cominciato tutto. «Le rapivano per violentarle, poi hanno capito che potevano chiedere soldi». Davanti al computer, nella sede dell'associazione Hotline for migrant workers , Sigal Rozen parla, beve caffè, non perde di vista il telefono. «Anche stamattina mi hanno chiamato: "Manda la polizia, ti prego!"». Le si incrina la voce. «"Dove siete?", ho chiesto. "In un container sottoterra", ha risposto l'uomo. Sono così vicini...». Ma è l'altro lato del confine, in Egitto, che può fare? Ong israeliane, associazioni internazionali, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, hanno tutti raccolto cifre, prove, testimonianze. L'ultimo rapporto dice che oggi, in questo momento, 350 persone, donne e bambini compresi, sono in attesa di riscatto o di aiuto.

Dal 2006, 46 mila profughi africani, il 90 per cento eritrei e sudanesi, sono entrati nello Stato ebraico attraverso il Sinai. Al principio, piccoli gruppi; dopo i respingimenti italiani e la guerra in Libia, un'onda crescente. Solo nel 2010 sono stati 14.735; nel 2011 fino al 6 novembre Hotline ne ha contati 12.407. Almeno la metà ha una storia atroce di torture, abusi, reclusioni in condizioni disumane che finiscono solo con il pagamento di cifre spaventose per chi è scappato dalla fame, oltre che da violenze e dittature.

«Mai pensato di venire in Israele - dice Temesghen, 33 anni, alla clinica di Physicians for human rights (Phr) a Jaffa -. Se avessi saputo che cosa mi aspettava, non l'avrei fatto». Eritreo, ha subito le prigioni libiche, ha tentato quattro volte di partire per Lampedusa, non c'è riuscito. Quindi, s'è avviato verso Est ed è caduto nell'inferno del Sinai: «Ci picchiavano ogni giorno con tubi e bastoni, ci minacciavano: se non pagate vi prendiamo gli organi». Tutti riferiscono di un particolare accanimento dei carcerieri musulmani sugli eritrei cristiani, e allo stesso tempo di un uso incontrollato e poco islamico di alcol e droghe.

Sigal, come altri attivisti, conosce i nomi delle tribù che dirigono i traffici, e persino dei loro capi: Samieh detto Abu Musa, tra gli altri. Ma indicare un punto preciso nella terra di nessuno oltre il Negev è affare da militari e competenza degli egiziani. «Loro lo sanno - dice -. Un uomo che hanno cosparso di benzina, bruciato e poi bagnato perché non morisse è stato liberato, ma non riusciva a camminare: ha raggiunto il confine strisciando per mezzo chilometro. Vuol dire che sono qui - allunga il braccio - a 500 metri di distanza da Israele!». Ma nessuno va a prenderli.

Pure Zemen ha passato la frontiera reggendosi sulle ginocchia. L'hanno torturato per ottenere numeri di telefono di qualcuno che pagasse per lui 20 mila dollari. «Mi dicevano: se muori meglio, i tuoi reni valgono di più. Sono stato sei mesi legato, quando hanno tagliato le catene non riuscivo a muovermi». Adesso è convalescente a Newe Shalom, ospite di una famiglia israeliana, padre, madre e tre figlie. Parlano a segni e sorrisi, funziona. Quando Suor Azezet Kidane, comboniana eritrea, gli fa visita, lo trova incredibilmente migliorato. Il padrone di casa conferma: «Ha un buon appetito...».
Suor Azezet è indispensabile. È grazie a lei che le associazioni per i diritti umani sono riuscite a mettere insieme un dossier inappellabile. Due volte alla settimana si reca nella clinica di Jaffa per fare da interprete con i malati, ma soprattutto per aiutare nella raccolta dei dati. Ogni nuovo arrivato, un questionario. Quanti mesi sei stato prigioniero? Quanto hai pagato? Ti hanno sparato? Una bellissima ragazza di ventun'anni che sembra sul punto di partorire annuisce: ha attraversato il confine da poche settimane, superata la rete è svenuta, per stanchezza e paura. La polizia di frontiera egiziana mira ad altezza d'uomo.

I medici della clinica di Phr sono stati i primi a capire che qualcosa di orribile accade nel Sinai. «Arrivavano sempre più frequentemente persone con problemi ortopedici, soprattutto registravamo un preoccupante aumento di disturbi ginecologici e richieste d'aborto - spiega il direttore dell'Ong, Ran Cohen -. All'inizio erano casi individuali, adesso è chiaro che è un sistema: almeno un profugo su due riferisce di abusi».
Ed è pure «una questione economica», aggiunge il responsabile dell'Unhcr a Tel Aviv, William Tall. Un enorme giro d'affari. Le tribù nomadi che dal Sudan fino al Sinai truffano, rapiscono, vendono e comprano esseri umani a migliaia. Poliziotti e militari corrotti. E all'arrivo in Israele un bacino di manodopera in nero, con l'ansia di tirare almeno 12 ore di lavoro al giorno per ripagare i debiti del viaggio. Se ai primi migranti estorcevano 2-3 mila dollari, i prezzi del rilascio hanno raggiunto i 20 mila. Senza nessuna garanzia di sopravvivenza. E con una prospettiva di fatica e povertà.
Nella foschia della sera Lewinsky Park, a sud di Tel Aviv, si popola di fantasmi. «Tanti vengono a dormire qui, all'aperto», indica le sagome scure Sara Robinson, di Amnesty International. Israele ha firmato e non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati: ne rispetta la spirito, ma è a disagio con un'immigrazione non ebraica che minaccia il delicato equilibrio demografico. Ieri il consiglio dei ministri ha varato uno stanziamento di 160 milioni di dollari per completare la barriera al confine e allargare il centro di detenzione per i clandestini. Sara spiega un meccanismo complicato per cui gli eritrei non hanno status di rifugiati, ma una sorta di «libertà condizionata» da rinnovare periodicamente. Una protezione che però non dà accesso ai diritti.
Un uomo alterato dall'alcol in un bar frequentato da eritrei si lamenta e dice: «Non ci accettano, né ci mandano via».

domenica, ottobre 16, 2011

Africani, i reietti della nuova Libia / 2

Incendi, terrore, caccia all'uomo
La città dei neri non esiste più

A Tawargha, in Libia, teatro della vendetta dei ribelli sui «mercenari»

TAWARGHA - Le palazzine bruciano piano. Un lavoro metodico, svolto senza fretta. Quelle che non si incendiano subito restano dimenticate per qualche giorno: porte e finestre sfondate, tracce di fumo sui muri, stracci di vestiti e schegge di mobili sparsi attorno. Poi gli attivisti della rivoluzione tornano ad appiccare il fuoco aiutandosi con la benzina ed il risultato è assicurato. Nei viottoli sporchi sono abbandonati alla loro sorte cani, galline, conigli, muli, pecore, mucche. Ogni tanto giunge una vettura dalla carrozzeria dipinta con i simboli del fronte anti-Gheddafi e si porta via gli animali. Gli orti sono secchi, è dai primi di agosto che nessuno si occupa di irrigarli. A parte il crepitare sommesso degli incendi, il silenzio regna sovrano. Una calma immobile, minacciosa, inquietante, spaventosa. Un benzinaio sulla provinciale poco lontano ci ha detto che non sarebbe difficile trovare la terra smossa delle fosse comuni. Ma è pericoloso, le pattuglie della guerriglia non amano curiosi da queste parti.
Sono le immagini della pulizia etnica di Tawargha, piccola cittadina una trentina di chilometri a sud-est di Misurata. Ricordano i villaggi vuoti della ex-Jugoslavia negli anni Novanta. L'episodio che con maggior forza due giorni fa ci ha trasmesso la gravità immanente dei crimini consumati in questa zona è stato l'incontro con quattro ragazzi della «Qatiba Namr», una delle brigate di Misurata nota per le doti di coraggio e resistenza dimostrati al tempo dell'assedio delle milizie scelte di Gheddafi contro la «città martire della rivoluzione» in primavera. «Qui vivevano solo neri. Negri stranieri. Nemici dalla pelle scura che stavano con Gheddafi. Ucciderli è giusto. Se fossi in loro scapperei subito verso sud, in Africa. Qui non hanno più nulla da fare, se non morire», affermano sprezzanti. Viaggiano su di una Toyota dalla carrozzeria coperta di fango. Sono tutti armati di Kalashnikov. Portano scarpe da tennis, magliette scure e blu jeans. Dicono di avere diciannove anni, ma potrebbero essere anche più giovani. Brufoli e sguardo di sfida, con il dito sul grilletto si sentono padroni del mondo. «Siamo venuti ad assicurarci che nessun cane nero cerchi di tornare. Devono sapere che non hanno futuro in Libia», sbotta quello che sta al volante. Sostiene di chiamarsi Mustafa Akil, però non vuole essere fotografato, così neppure gli altri.
A Tawargha ci siamo arrivati quasi per caso. Tornando da Sirte verso Tripoli, giunti poco prima delle periferie orientali di Misurata, è stato impossibile non vedere le colonne di fumo degli incendi. Sono almeno una ventina. Si nota in particolare una palazzina a cinque piani divorata dalle fiamme rosse che si allungano dai balconi. Nel parcheggio sottostante sono fermi almeno cinque pick up delle forze della rivoluzione. Ci avviciniamo. Ma i miliziani ordinano di restare lontani. «C'erano circa 40.000 negri. Sono partiti tutti. Tawargha non esiste più. Ora c'è solo Misurata», si limita a ripetere uno di loro, barba fluente e occhiali neri. Sui cartelli stradali il nome della città è stato cancellato con vernice bianca, al suo posto è scritto quello di «Nuova Tommina», un villaggio delle vicinanze che era stato attaccato dai lealisti in aprile.
La storia non è nuova. Le cronache della resa delle truppe fedeli al Colonnello a Tawargha contro le colonne dei ribelli di Misurata sostenuti dai bombardamenti Nato era arrivata il 13 agosto. E quasi subito Amnesty International e altre organizzazioni per la difesa dei diritti umani avevano denunciato massacri, abusi di ogni tipo e soprattutto deportazioni di massa. Unica scusa addotta dai ribelli era stata che proprio gli abitanti di Tawargha erano stati tra i più crudeli «mercenari africani» nelle file nemiche. Ma poi le cronache della caduta di Tripoli e gli sviluppi seguenti avevano preso il sopravvento. Il 18 settembre un inviato del Wall Street Journal citava il presidente del Consiglio Nazionale Transitorio, Mustafa Abdel Jalil, che dava il suo placet alla totale distruzione della cittadina. «Il fato di Tawargha è nelle mani della gente di Misurata», sosteneva Jalil, giustificando così appieno i crimini di guerra.
La novità verificata sul campo è però che la pulizia etnica continua. Nonostante le rassicurazioni contro ogni politica razzista e in difesa delle minoranze nere in Libia fornite a più riprese alla comunità internazionale dai dirigenti della rivoluzione, a Tawargha si sta portando a termine del tutto indisturbati ciò che era iniziato ad agosto. I muri delle case devastate sono imbrattati di slogan freschi contro i «murtazaka», come qui chiamano i «mercenari» pagati dalla dittatura di Gheddafi. Sono firmati in certi casi dalle «brigate per la punizione degli schiavi neri» e trasudano il razzismo più virulento. In verità, molti degli abitanti nella regione di Tawargha sono discendenti delle vittime delle razzie a caccia di schiavi organizzate in larga scala dai mercanti arabi della costa per secoli sino alla metà dell'Ottocento nel cuore dell'Africa sub-sahariana. Libici a tutti gli effetti, figli di libici, sono ora tra le vittime più deboli del caos e delle incertezze in cui è scivolato il Paese. Nessuno conosce ancora le cifre dei loro morti e feriti. Le nuove autorità di Tripoli non rendono noti i numeri dei prigionieri.
E quando la fanno sono spesso contradditori e impossibili da verificare. Di tanto in tanto si viene a conoscenza di ex abitanti di Tawargha arrestati nei campi profughi e nei quartieri poveri attorno a Tripoli. Le voci di violenze carnali contro le donne sono ricorrenti. Molti giovani sarebbero ora tra i combattenti irriducibili negli assedi di Sirte e a Bani Walid. Altri sarebbero riusciti ad unirsi ai Tuareg nel deserto verso Sabha. Sono motivati dalla consapevolezza che la «caccia al negro» non si ferma. Due giorni fa, durante gli scontri a Tripoli tra milizie della rivoluzione e sostenitori di Gheddafi, i primi ad essere arrestati erano i passanti di pelle nera.
Lorenzo Cremonesi

mercoledì, settembre 07, 2011

Africani, i reietti della nuova Libia

Dal Corriere della Sera, un interessante articolo di Lorenzo Cremonesi.

Africani, i reietti della nuova Libia

Caccia agli immigrati africani voluti da Gheddafi:
donne stuprate, fame, razzismo e abusi

Dal nostro inviatoLORENZO CREMONESI
SAYAD (Libia)_ «Cinque giorni fa sono stata violentata. Per mezz’ora, contro una barca. Da due uomini armati di mitra. Si davano il cambio. Prima si sono messi il preservativo. Poi mi hanno spinto al riparo delle imbarcazioni da pesca sulla banchina e costretta ad aprire le gambe con le braccia in alto, le mani appoggiate alla fiancata. Mi hanno presa da dietro. Non faceva troppo male. Ma li ho odiati. Mi sono sentita sporca, umiliata, abusata. Non potevo fare nulla, solo subire e piangere». Parla quasi con un sussurro Cinzia Swizzy, vent’anni, nigeriana, immigrata a Tripoli nel 2009. Sino a due mesi fa lavorava come aiuto-estetista nel cuore della citta’ vecchia. Ma la guerra ha sconvolto la sua esistenza, come quella di altre centinaia di migliaia (forse oltre un milione) di africani ai quali la politica delle «porte aperte» al continente sub-sahariano voluta da Muammar Gheddafi aveva permesso di venire in Libia.
BRACCATI - Da ospiti di riguardo, occasionalmente utilizzati dalla dittatura come «carne da cannone» per ricattare l’Italia e l’Europa sul rischio immigrazione illegale, a massa di diseredati, braccati dalle forze della rivoluzione, che al peggio li considera mercenari pagati dal Colonnello per reprimere le opposizioni, e al meglio come presenze sgradite, da espellere il prima possibile. Cinzia e’ una di loro. Ma particolarmente debole. Ha l’aria da ragazzina, molto fragile nel suo vestitino a fiori strappato che le arriva alle ginocchia, lasciandole scoperte le gambe magre, segnate da graffi freschi. Accetta di parlare solo dopo lunghe insistenze. Rivela il nome. Ma non vuole assolutamente essere fotografata. «Quella sera siamo state violentate in cinque. Ci hanno prese a caso, tra i gruppi di rifugiati che bivaccano qui tra i barconi da pesca tirati in secco. Io parlo con un giornalista solo perché magari potrà servire che vengano fermate le violenze contro le donne africane in Libia», dice seduta su di una stuoia. Attorno la ascoltano appena. Sono talmente abituati agli abusi, che un racconto in più non fa impressione. Colpisce molto di più che la ragazza parli con un occidentale. «Queste cose vanno tenute tra noi», osserva rabbioso un marcantonio con un bastone in mano. Ma poi si allontana.
MIRAGGIO EUROPA - L’abbiamo incontrata nel campo profughi di fortuna a Sayad, una trentina di chilometri a ovest della capitale. Una volta era noto come centro di addestramento del terrorismo internazionale. Secondo il piccolo contingente di ribelli armati, che ora monta di guardia ai cancelli sfondati, qui ci venivano i palestinesi di Fatah negli anni Settanta, i militanti dell’Ira, dell’Eta, Abu Nidal, gli estremisti islamici filippini legati ad Abu Sayaf, persino le Brigate Rosse e quelli della Baader Meinhof. Nel 1986 la base venne bombardata dagli americani, che colpirono tra l’altro anche le casematte del vecchio fortino italiano costruito negli anni Trenta. Da allora e’ diventata il punto di partenza piu’ importante delle «carrette del mare» che portano i clandestini verso Lampedusa. Da circa un mese e mezzo proprio tra le imbarcazioni arrugginite sono raggruppati un migliaio di africani. Quasi tutti si sono liberati dei passaporti. «Non vogliamo tornare a casa. Mandateci in Europa», recitano in coro. Tutti giovani o giovanissimi, arrivati da Sudan, Nigeria, Mali, Ciad, Costa d’Avorio, Togo, Camerun. Il campo non ha un vero ordine. In generale gli anglofoni stanno da una parte e i francofoni dall’altra.
NOTTI DI PAURA - Tutti ovviamente negano di essere mai stati mercenari di Gheddafi. Anche se un paio di ragazzi del Camerun ammettono che «purtroppo qualche soldato africano volontario nell’esercito del Colonello potrebbe nascondersi tra noi». Per lo piu’ si dicono vittime del «razzismo antiafricano delle nuove forze che comandano in Libia». Mancano di tutto. Per una settimana si sono ridotti a bere acqua di mare e mangiare un intruglio di farina sporca, olio di semi ed erbe raccolte nei prati e cotto su fuochi all’aperto. Ogni tanto gli attivisti di Medecins Sans Frontieres portano camion carichi di bottiglie d’acqua e si scatena il finimondo. La notte per loro e’ un incubo che si consuma nella paura in attesa dell’alba. «Ci riuniamo in piccoli gruppi. Le donne in mezzo per difenderle dai ribelli libici che ci vorrebbero violentare - racconta ancora Cinzia -. Aspettiamo. Ma non sappiamo bene cosa. Non credo ci sia piu’ posto per noi nella nuova Libia del dopo Gheddafi. Io vorrei scappare, partire, sparire».

mercoledì, giugno 08, 2011

Destination Europe. Un filmato della BBC

Su suggerimento di un amico ho trovato su internet un documentario girato da un giornalista della BBC che ha indagato sulle rotte dei migranti che, attraverso il mare, tentano di arrivare in Europa.
E' un tema di cui abbiamo parlato molto, anche su questo blog, ma la cosa che mi sembra interessante è che qui ci sono le immagini ed alcune interviste molto interessanti.
In particolare, il giornalista intervista e ricostruisce la storia dei 27 migranti che rimasero aggrappati ad una tonnara dopo essere stati abbandonati dagli scafisti, e che vennero salvati solo grazie all'intervento della Guardia Costiera italiana, benchè si trovassero in acque maltesi.
Il documentario inoltre parla di una tratta molto poco conosciuta ma molto frequentata, particolarmente dai senegalesi, che è quella che va da Dakhar fino alle Canarie, un tratto di oceano che è ancora più pericoloso del mediterraneo.
L'unico problema...è che il documentario è in inglese, ma sarà un'occasione per fare esercizio!
Questa è la prima delle tre puntate, nei prossimi giorni metterò le altre due. Spendete questa mezz'ora perché ne vale la pena!

domenica, giugno 05, 2011

I morti in mare e l'indifferenza - Un intervento di Claudio Magris

Kerkena è un'isoletta piccola, di fronte alla città industriale tunisina di Sfax. Ci si imbarca con un piccolo traghetto e ci si ritrova in un'isola dal mare azzurro, belle spiagge nascoste e poco frequentate dai turisti. E' un rifugio di mare per chi voglia godersi un po' di tranquillità in Tunisia, lontano dalla calca di Hammamet e Djerba.
Quando ho incontrato alcuni tunisini sbarcati in Italia ed arrivati a Genova, mi hanno detto che erano partiti proprio da Sfax. Lampedusa è vicinissima, ancora più vicina che dalla Libia.
Pochi giorni fa, il mare di Kerkena è stato teatro del naufragio costato la vita a più di 200 persone. Una nave con circa 800 migranti è affondata, più di 500 sono stati tratti in salvo.
Riporto qui di seguito un intervento di Claudio Magris comparso pochi giorni fa sul "Corriere della Sera". Ultimamente gli articoli di Magris sono contrassegnati da una vena di pessimismo e rassegnazione, e questo non fa eccezione, ma coglie alcuni tratti a mio parere interessanti dell'indifferenza,quella "anonimia dell'uomo adulto" di cui parlava Padre David Maria Turoldo, e che oggi sembra essersi posata sulla nostra società come una nebbia.

L'assuefazione per quei morti
L'abitudine alle sciagure che colpiscono i profughi accresce la distanza tra chi soffre e noi

Su alcuni giornali, duecento morti o dispersi in mare come quelli dell'altro ieri, in una fuga della disperazione, non finiscono neppure più in prima pagina, scivolano in quelle seguenti fra le notizie certo rilevanti ma non eclatanti. Per sciagure analoghe, solo qualche anno fa pure un presidente del Consiglio si commuoveva o almeno sentiva il dovere di commuoversi pubblicamente. Le tragedie odierne dei profughi in cerca di salvezza o di una sopravvivenza meno miserabile che periscono, spesso anonimi e ignoti, in mare non sono meno dolorose, ma non sono più un'eccezione sia pur frequente, bensì una regola.
Diventano quindi una cronaca consueta, cui si è fatto il callo, che quasi ci si attende già prima di aprire il giornale e che dunque non scandalizza e non turba più, non desta più emozioni collettive.
Questa assuefazione che conduce all'indifferenza è certo inquietante e accresce l'incolmabile distanza tra chi soffre o muore, in quell'attimo sempre solo, come quei fuggiaschi inghiottiti dai gorghi, e gli altri, tutti o quasi tutti gli altri, che per continuare a vivere non possono essere troppo assorbiti da quei gorghi che trascinano a fondo. È giusto ma è anche facile accusarci di questa insensibilità, che riguarda pure me stesso mentre sto scrivendo queste righe e tutti o quasi tutti coloro che eventualmente le leggeranno.
Diversamente da altri casi, in cui l'indifferenza o la livida ostilità si accaniscono sullo straniero, sul miserabile, su chi ci è etnicamente o socialmente diverso, in questa circostanza la nostra insensibilità non nasce dalla provenienza e dall'identità a noi ostica di quelli annegati. Nasce dalla ripetizione di quei drammi e dall'inevitabile assuefazione che ne deriva. Anche se, per sciagurate ipotesi, ogni giorno le cronache dovessero riportare notizie di soldati italiani caduti in Afghanistan, la reazione, dopo un certo tempo, si tingerebbe di stanca abitudine. Pure atroci delitti di mafia vengono a poco a poco vissuti come una consuetudine.
Non si può sopravvivere emozionandosi per tutte le sventure che colpiscono i nostri fratelli nel mondo; pure la commozione per qualche delitto particolarmente raccapricciante, ad esempio l'efferata uccisione di un bambino, dopo un certo tempo orribilmente si placa; la notizia è stata assorbita, non scuote più l'ordine del mondo né il cuore. L'assuefazione - alla droga, alla guerra, alla violenza - è la regina del mondo. «Bisogna pur vivere - si dice in un romanzo di Bernanos - ed è questa la cosa più orribile».
Forse una delle più grandi miserie della condizione umana consiste nel fatto che perfino il cumulo di dolori e disgrazie, oltre una certa soglia, non sconvolge più; se annuncio la morte di un parente, incontro una compunta comprensione, ma se subito dopo ne annuncio un'altra e poi un'altra ancora rischio addirittura il ridicolo. Proprio per questo - perché, a differenza di Cristo, non possiamo veramente soffrire per tutti, così come non ci rattrista la lettura degli annunci mortuari nei giornali - non possiamo affidarci solo al sentimento per essere vicini agli altri. Il nostro sentimento, comprensibilmente, ci fa piangere per un amico che amiamo e non per uno sconosciuto, ma dobbiamo sapere - non astrattamente, ma realmente, con la comprensione di tutta la nostra persona - che uomini da noi mai visti e non concretamente amati sono altrettanto reali.
Sta qui la differenza tra il pensiero reazionario e la democrazia. Il reazionario facilmente irride l'umanità astratta e l'astratto amore ideologico per il genere umano, perché sa amare il proprio compagno di scuola, ma non sa veramente capire che anche compagni di scuola di persone a lui ignote sono altrettanto reali; non astrazioni ma carne e sangue. La democrazia - schernita come fredda e ideologica - è invece concretamente poetica, perché sa mettersi nella pelle degli altri, come Tolstoj in quella di Anna Karenina, e dunque pure in quella di quei naufraghi in fondo al mare.

Claudio Magris
04 giugno 2011

sabato, giugno 04, 2011

Yaguine e Fodé - Il prossimo film

Molti di voi conoscono la storia di Yaguine e Fodé, ragazzini guineani trovati morti il 2 Agosto 1999 nel vano carrello di un Airbus partito da Conakry e atterrato all'aeroporto di Bruxelles. Se ne parla anche nel recente, bellissimo, libro di Gino Battaglia, "Il grande viaggio".

Yaguine e Fodé
Nella tasca della giacca di uno dei due venne ritrovata una lettera, che Yaguine e Fodé avevano scritto per chiedere ai "responsabili" dell'Europa di aiutare l'Africa a risollevarsi dalla miseria.
Il testo della lettera, commovente nella sua drammatica semplicità, si può scaricare cliccando qui.
Un regista italiano, Paolo Bianconi, sta girando un film a partire dalla storia di Yaguine e Fodé, intitolato "Il sole dentro" (un diario online della lavorazione del film è disponibile qui. Con la collaborazione della Comunità di Sant'Egidio, si è recato in Guinea ed ha incontrato i genitori dei ragazzi, dei loro compagni di scuola, e ha visitato i luoghi della loro vita quotidiana.
Il video che trovate qui sotto presenta alcune prime interviste ed immagini, che fanno presagire un film molto interessante.

martedì, maggio 17, 2011

La xenofobia in Europa

Per chi legge l'inglese, segnalo oggi un interessante dibattito tenutosi la settimana scorsa sulle pagine del sito "Opendemocracy" sull'utilizzo politico della xenofobia in Europa. Intellettuali appartenenti a differenti ambiti hanno cercato di delineare le ragioni della "politica della paura" che vediamo crescere ogni giorno di più in Europa e di prospettare una via alternativa per costruire una cultura del vivere insieme.
Potete leggere tutti gli interventi cliccando qui.
Colgo anche l'occasione per segnalare due siti dove si possono seguire le vicende legate all'immigrazione in Europa: il primo è l'ormai conosciuto "Fortress Europe" di Gabriele del Grande, un blog giornalistico con un certo impatto, il secondo è "Living in diversity", sito di un'associazione che significativamente si chiama "Forum of concerned citizens of Europe", dove si possono trovare alcuni dossier interessanti tra cui uno sugli "zingari come capro espiatorio perfetto" (quest'ultimo sito è però in inglese).

sabato, aprile 16, 2011

Gli eroi del mare sul volo degli sconfitti

Un bell'articolo dell'inviato della Stampa Domenico Quirico (di cui, confesso, non mi piace lo stile melodrammatico, ma i contenuti ci sono) sui migranti tunisini rimpatriati. Certo non esistono facili soluzioni e bacchette magiche per gestire i flussi migratori, tuttavia, come evidenzia l'articolo, i rimpatri non sono una soluzione efficace - come potrebbero sembrare a prima vista - e oltre a tutto sono molto costosi. Sono, insomma, uno specchietto per le allodole propagandistico, il classico secchiello con cui si cerca di svuotare il mare.
Parafrasando Dominique Green, verrebbe da dire che se tutti i soldi che vengono spesi per gestire gli immigrati con un approccio securitario-repressivo venissero usati per politiche concrete di integrazione, forse si otterrebbero risultati più efficaci.

Non lo sognava così il glorioso ritorno, Raduan: davvero non così. Lo disegnava nei sogni allegro e rumoroso, con le tasche piene, magari con la «Mecerdés» comprata in Europa e i parenti che venivano a fare festa, anche quelli che non vedeva da anni. Ma adesso che lui aveva fatto fortuna, laggiù in Europa, i parenti correvano per toccarlo come se fosse un amuleto. Sì, è vero: è tornato in aereo stavolta, come i signori. Non con il barcone sudicio con cui è partito da Zarzis la settimana scorsa e ha patito su quel legno le sue quaranta ore di tenebra e di tempesta.
Ma il suo portafoglio è vuoto, più vuoto di quando era partito, e non ci sono più i mille euro pagati per un viaggio inutile; anche i vestiti che ha indosso sono un regalo, un regalo, l’unico, di Lampedusa. Ha perso molto in cinque giorni Raduan, che 48 ore di ritardo hanno separato crudelmente dal fragile permesso di soggiorno concesso ai suoi ventimila connazionali e consegnato alla categoria del rimpatriato. Anzi: molto gli è stato rubato.
Quando è partito era certo che la giovinezza è benedetta, che è un rischio da correre, ma che quel rischio è benedetto anch’esso. La felicità è una specie di fierezza, di allegria, di speranza assurda puramente carnale, la forma carnale della speranza. Era felice prima. Adesso invece ha la stanchezza dell’anima negli occhi. Non sapeva quando si è imbarcato che due giorni prima era stato firmato un accordo che cancellava la sua uscita di sicurezza. Il suo paradiso, la sua Europa è durata 48 ore: troppo poco per pagarlo mille euro.
Non li fanno arrivare i vinti di Lampedusa, le prime vittime del Muro amministrativo che sbarra il Mediterraneo, nell’aeroporto dei turisti, dei viaggiatori normali. Sì, questo paese di poveri si vergogna dei suoi emigranti che fa rientrare alla spicciolata, di soppiatto, come criminali. Li fanno scendere al terminal 2, ben separato, quello da cui partono i voli del pellegrinaggio verso la Mecca. C’è fretta di cancellarli, farli sparire, dimenticarli: in teoria sono responsabili del reato di emigrazione clandestina.
Ma nessuno li perseguirà: basta mezz’ora per identificarli e poi via, con dei pulmini già pronti per disperderli ai quattro angoli del paese, dove non faranno massa e rumore. Si incrociano i passeggeri di questo terminal: i vecchi con il cartellino di identificazione appeso al collo che piangono già di gioia, che stasera saranno a Gedda. E i ragazzi, che piangono anche loro, perché sono naufraghi della condizione umana, che qui appare più spoglia, quasi a nudo. Sì, fanno bene a mescolarli. Gli uni e gli altri hanno bisogno di Dio: immensamente, della sua grazia, delle sue tentazioni.
I trenta passeggeri del volo quotidiano da Lampedusa, quando sbucano dalla porta degli arrivi e affogano nel sole del piazzale, sembrano istupiditi, come se la vita scorresse a fiotti da qualche misteriosa mutilazione. Li chiami, li tocchi per richiamarne l’attenzione: non reagiscono quasi fossero vittime di un sedativo che li imbambola. Tanto che speri sgorghi, stridente e lacerante, come un clamore feroce un grido di rabbia di rivolta. Nessuno che li attenda, che li aiuti: la solitudine dei poveri. Chi li ha cacciati in Europa, venga qui a vedere il gemito strappato a questi ragazzi, i singhiozzi, questo dolore che fa paura perché muto. Ci sono certo mille eccellenti ragioni per dimostrare perché non li possiamo ospitare. Ma quale ragione possiamo dare alla menzogna, alla beffa crudele che giochiamo loro per liberarcene? La bugia è la colpa di chi si vergogna.
Racconta Raduan: «Quando stamane ci hanno riunito e siamo saliti sui pulmini per l’aeroporto ci hanno giurato che ci trasferivano a Bari, in un centro più grande. Perché diffidare? Anche se avevamo due poliziotti ciascuno al fianco che ci stringevano e nessuno di noi è un criminale. Bari… è una città che nessuno aveva mai sentito, ma non avevamo paura. È il continente, è l’Europa quella, qualcosa poi sarebbe successo. Abbiamo capito quando la porta dell’aereo si è aperta: eravamo in Tunisia. Io sono morto allora…».
Raduan è di Janduba, a cento chilometri dalla capitale , ai confini con l’Algeria. E lo confessa sottovoce: perché qui quando dici che quella è la tua città la gente ti guarda male, e gira un modo di dire, che quelli di laggiù è meglio non sposarli perché non è gente ammodo. Tutti, anche i più poveri, hanno i loro clandestini, il suo sud da tenere a bada. Raduan non prende il pulmino con gli altri. Resta a Tunisi, anche se non ha un soldo e un posto dove andare: «Non posso, mi vergogno, l’umiliazione di presentarmi a mio padre, ai miei fratelli che hanno venduto tutto per raccogliere il denaro e pagarmi il viaggio». Se ne va a ramingare sulla tangenziale che porta a Tunisi con l’andatura guardinga del cane avvezzo alle sassate. Riproverà a partire, lo ha giurato: come tutti gli altri trenta del volo. Anche se adesso sanno che c’è una legge per rimandarli indietro: solo in Europa possono trovare il denaro per pagare il debito del primo viaggio. Come un giocatore che perde ed è sempre più legato alla sua maledizione. Gettiamo via uomini come se fossero cose. Infliggiamo dolore. E questo inutilmente.
Mohssen è l’unico che ha qualcuno che l’aspetta. Una sorella, che vive nella capitale; che è corrucciata, fremente, bella da far dannare un angelo. Lui invece piange tra le sue braccia, come un bambino. Sente questo ritorno, dentro, come un chiodo: «Sono stato tre giorni in mare, il motore in panne, e ho pregato di non morire. Perché Dio mi ha fatto rinascere solo per farmi morire di nuovo? Cosa sono con duemila dinari da restituire? In una paese dove non c’è nulla, non il governo, impieghi, prospettive, niente. In Italia, in Europa forse avrei trovato, almeno avevo più possibilità: so lavorare, voglio lavorare, possibile che non serva a nessuno? Noi siamo poveri ma abbiamo aiutato quelli che fuggivano dalla Libia, con il cuore. L’Europa, l’Italia ce l’hanno un cuore?». Spero che Mohssen non tenti di misurarsi con il dolore, lo faccia scivolare dentro, ne faccia a poco a poco un’abitudine: è questa la forza di questa gente, come un tempo era la nostra. Non dimenticherò mai Ziad che ha in faccia il timore incessante della paura, la paura della paura che modella il viso dell’uomo coraggioso. Dopo aver ascoltato la sua storia di emigrante respinto, ho tentato di mettergli in mano più che potevo, per un senso di riverenza più che per compassione. E che mi ha detto no, con decisione: anche se fossero stati i mille euro che ha speso per tentare, invano, il viaggio. Questi sono gli uomini che respingiamo.

giovedì, novembre 08, 2007

Ci vuole lucidità.

In Italia c'è un problema di legalità, è vero. Basta leggere libri come "Gomorra" per accorgersi delle dimensioni tragiche di questo problema. E' proprio per questo che preoccupa il clima che si sta generando in questi giorni intorno al "caso rumeni". E' un tipico esempio di come, non riuscendo a risolvere il problema reale - cioé quello della legalità - si catalizzi la paura della gente contro un capro espiatorio.
Ci vuole lucidità. In fondo il discorso è semplice: il nostro Stato deve fare funzionare le proprie forze di polizia e il proprio apparato giudiziario, per catturare i delinquenti. Non mi sembra che sia molto difficile da capire. Non ce la fa? Via a qualche misura demagogica come le espulsioni di massa. Ma il problema, quello reale, resta, e diventa sempre più grosso.


UNO SFORZO COMUNE IN NOME DI GIOVANNA

Non si può usare la questione immigrazione come qualcosa su cui governo e opposizione si sparano addosso. E’ una grande questione nazionale.

L'aggressione a Giovanna Reggiani ci getta nell'angoscia. Si può morire cosi a 47 anni? La domanda merita una risposta seria. Il nobile atteggiamento del marito ci impegna ancora di più. Vorremmo risposte rapide, efficaci e semplici. Il resto ci getta nell'insicurezza. Non vogliamo esporre la nostra gente a subire brutalità come Giovanna. Il crimine va represso e la legalità rispettata. Questo va praticato. Ma ci troviamo -non lo si può nascondere - di fronte a una situazione complessa. II nostro paese necessita di immigrati. Per una fase si sono temuti gli africani. Poi ci fu l’ "invasione" albanese, a cui si fece fronte. Ci si rivolgeva all'Est con più tranquillità: l'europeo rassicura. In realtà l'immigrazione e l'integrazione sono storie difficili, talvolta dolorose. Ora che fare? La peggiore risposta sarebbe contrapporre italiani e romeni. Alcuni lo fanno in Italia. Sulla stampa romena si risponde allo stesso modo, ricordando che gli italiani non sono sempre santi. Il sentimento doloroso per Giovanna Reggiani ci deve portare a una grande lucidità.
A Roma i circa 70.000 immigrati romeni commettono il 75% dei reati dei circa 250.000 immigrati. Ma l'immigrazione romena è stratificata. Ogni giorno viene a casa mia una bravissima donna romena che lavora qui da anni. Sua figlia studia ed è una ragazza meravigliosa. Tanti hanno questa esperienza. Sappiamo tutti, poi, la storia tormentata della Romania, il suo terribile comunismo, lo sradicamento delle popolazioni dell'epoca Ceaucescu. E' stata una romena (e pure rom) a denunciare il crimine su Giovanna. Non tutto è bianco o nero.
Effettivamente, però, in questi ultimi tempi, c'e un mondo di giovani romeni, sistemati in modo fortunoso, senza radici, dove l'alcol ha effetti devastanti. Spesso vengono dal mondo contadino e hanno compiuto un salto rocambolesco negli angoli periferici di Roma. E' una realtà a rischio, come altre, non solo romene. Qui bisogna agire. Quelli che veramente agiscono sono quanti lavorano per l'integrazione, offrendo sicurezza alla nostra società e vita dignitosa agli immigrati. Il capo della Chiesa ortodossa romena mi diceva le difficoltà nel seguire i loro fedeli in Italia. Va dato merito a quegli imprenditori italiani in Romania che danno lavoro e pagano stipendi degni ai romeni. Inoltre il 17% del commercio estero romeno è verso l'Italia. Tutto è complesso, talvolta doloroso. Non si può usare la questione immigrazione come qualcosa che governo e opposizione si sparano addosso. E' una grande questione nazionale. Com'erano, mezzo secolo fa, quelle dei confini. Richiede un'attitudine bipartisan. Dalle emozioni deve nascere un'appassionata lucidità per affrontare il problema, che ha molti aspetti diversi. Lo vorrebbe - credo - la stessa Giovanna, donna mite, cristiana valdese, impegnata con i ragazzi della sua Chiesa.

Andrea Riccardi

venerdì, novembre 02, 2007

Arrigo Levi controcorrente.

Un articolo decisamente fuori dal coro di questi tempi, una riflessione pacata (cosa ancora più rara) in cui si scorge la saggezza di un anziano che ha imparato dalla vita a non farsi travolgere dalle ventate di emotività che sembrano orientare oggi l'opinione pubblica e la classe politica.


Io sto con i romeni
ARRIGO LEVI (tratto da LaStampa.it)

In tre anni raddoppiati i romeni». È un titolo della Stampa del 3 ottobre. L’articolo riferisce, correttamente, sia opinioni allarmate di fronte a un fenomeno migratorio imponente, nuovo per un Paese di emigranti come era l’Italia fino a una generazione addietro; sia opinioni favorevoli, che spiegano le ragioni di questa ondata immigratoria, concentrata soprattutto nelle regioni più ricche del Nord, derivante dalla forte domanda insoddisfatta di manodopera: badanti, operai, braccianti agricoli, disposti a fare lavori che molti italiani non amano più fare.

Di lavoratori romeni se ne incontrano molti anche a Roma. Fra gli immigrati si distinguono per la facilità con cui imparano l’italiano; ma anche, a giudicare dalle badanti o dai vari idraulici e muratori romeni con cui io, come tanti altri, sono venuto a contatto, per l’impegno che mettono nel lavoro, e per la buona opinione che ne hanno i «padroni» italiani.

Il mio commento istintivo, di fronte alla notizia del «raddoppio in tre anni» degli immigrati dalla Romania, consiste nel dire: grazie romeni.

So che non tutti condividono questa mia opinione. E mi chiedo fino a che punto questa nasca dal fatto che anch’io sono stato emigrante. E che dell’emigrazione italiana e non italiana nelle Americhe conosco la storia e ho condiviso, in modo per mia fortuna marginale, le vicende e le sofferenze.

Nell’Argentina della mia giovinezza gli italiani erano ancora chiamati «gringos», e gli ebrei «rusos», e vi assicuro che nessuno dei due termini era elogiativo. Un «gringo» che fosse anche «ruso», come ero io, rischiava di suscitare un cumulo pauroso di pregiudizi. Per fortuna la vera alternativa era allora fra essere peronista o antiperonista, e una volta che si chiariva che io ero studente universitario, e che avevo trascorso cinque giorni (come altri 5.000 studenti sui 18 mila di tutta l'Università di Buenos Aires) a Villa Devoto, ossia il carcere, per antiperonismo, ogni altra appartenenza passava in secondo piano. A Villa Devoto, da «gringo» o «ruso» che fossi, diventai argentino.Ma ero ben consapevole che appena una generazione prima gli immigrati italiani avevano sofferto - e come - di tutti i pregiudizi che suscitava l’essere «gringo»: ignorante, analfabeta, sporco, ritenuto a priori camorrista o fannullone. Forse per queste ragioni, io ho una istintiva simpatia per quella maggioranza di immigrati romeni, o albanesi, o marocchini, che sono seri lavoratori, ma che per guadagnarsi il rispetto che meritano devono prima scalare una montagna di pregiudizi: come dovevano scalarla i nostri poveri contadini analfabeti emigrati «nelle Americhe», prima di riuscire a non essere scambiati per dei tagliagole al servizio di qualche padrino.

Li guardo, e vedo in loro l’immagine di quegli emigranti meridionali o veneti, che si imbarcavano con i loro fagotti, tra l’Otto e il Novecento, per andare a cercar fortuna Oltreoceano; pronti a fare qualsiasi lavoro (anche i lavavetri, se allora ci fossero state automobili), pur di portare a casa a sera qualche soldo. Condivido lo sconforto della gran maggioranza di loro, che aiutano l’Italia d’oggi ad aumentare il Pil, come aumenta il Pil Usa per la capacità dell’America di aprirsi agli immigrati di tutto il mondo, e che ogni giorno si sentono disprezzati, come fossero tutti assassini, tutti rapinatori, e, se donne, tutte prostitute.E provo, come italiano, vergogna e preoccupazione per la campagna di odio che si sta scatenando contro «gli zingari» o «i romeni», frutto dell’indignazione per isolati fatti di cronaca, ma anche di parole incaute e pericolose, di sapore razzista, che vengono pronunciate nei loro confronti e che ottengono un’immeritata pubblicità.

Per «integrarsi» bene, è ovvio, i nuovi immigrati hanno bisogno anche di aiuti: fra parentesi (molti lo ignorano), le province d’Italia dove trovano l’ambiente più favorevole sono quelle del Nord-Est. A Treviso e dintorni, dove gli amministratori locali, spesso leghisti, parlano talvolta male ma agiscono bene, dandosi da fare per trovare ai nuovi immigrati case e lavoro, il problema dell’integrazione dei nuovi venuti dall’Est è ridotto al minimo. I primi a opporsi all’assurda ipotesi di «chiudere le frontiere» sarebbero gli imprenditori e coltivatori che hanno assolutamente bisogno di loro.

Se poi ci sono degli immigrati delinquenti, meritano di essere trattati come gli italiani delinquenti (spesso fra l’una e l’altra delinquenza c’è uno stretto intreccio; e una collaborazione sempre più stretta tra le nostre forze di sicurezza e quelle dei nuovi partner europei è altrettanto necessaria). Ma, per favore, smettiamola di pensare che dietro ogni rapina in villa o in banca, o dietro ogni omicidio o tragedia stradale, ci sia un immigrato: il più delle volte i colpevoli sono di ineccepibili italiche origini.

Quanto alla gran maggioranza di loro, ripeto: grazie romeni. Chi è stato emigrante sa quanto sia pesante da portarsi addosso il fardello del pregiudizio; quanto sia faticoso essere un immigrante, fra gente estranea che ti guarda male. Come abbiamo potuto dimenticarlo, in appena una generazione?

Vita da incubo nella città di latta

Tra i tanti commenti comparsi sui giornali ultimamente riguardo agli immigrati rumeni, questo è l'unico bel reportage che ho trovato e che cerca di mostrare la realtà nascosta della vita di queste persone.

di GIUSEPPE D'AVANZO (tratto da Repubblica.it, 2 novembre 2007)

ROMA - L'odore è buono. Come in ogni casa del mondo, dove c'è una famiglia e un pranzo nel giorno di festa. Il vapore che sale dalla pentola dello stufato di maiale con l'aglio e le cipolle è denso e profumato e Iuliana - Iuliana Dumea è venuta a Roma dalla contea di Piatra Neamt, Romania, quattro anni fa, in settembre - ne è fiera. Sorride e si stringe sulle spalle lo scialletto di lana. Fuori piove. Vuole preparare un caffè tanto per levarsi di dosso l'umidità. Iuliana racconta di sé senza disperazione, quasi orgogliosa della sua rassegnazione a una vita aspra, della sua capacità di sopportarla con dignità. Dice del suo lavoro di badante a Cerveteri, 650 euro al mese, un posto fisso, un letto caldo per sei giorni la settimana e la famiglia che l'ospita la rispetta e ha fiducia in lei. Dice della figlia Andreea, arrivata in Italia che sono sette giorni: si prepara a diventare "grande", a dicembre finalmente festeggerà i diciotto anni e potrà cercarsi un lavoro. Del marito muratore che guadagna 40 euro a giornata, anche 50, quando è fortunato a trovarlo e, se Dio vuole, quest'anno la fortuna non lo ha mai abbandonato. Dice Iuliana, delle sue preoccupazioni, ma anche della sua speranza di una vita regolare, del desiderio di trovare una casa e non la baracca dove in un angolo ora borbotta - allegra - la pentola dello stufato. La baracca, quindici metri quadrati, è stata tirata su con gli alberi del parco dell'Aniene, con l'aiuto di Cristian Samoila che ora sta tirando su la sua poco più in là. La baracca ha un tetto di laminato d'alluminio e pareti di cartone, protette da larghi fogli di plastica e cartelloni pubblicitari. C'è anche una finestra, ma non si apre. E' lì per decoro, per simulare una casa vera. Il rifugio di Iuliana è a ridosso dell'argine destro dell'Aniene tra l'ansa di Ponte Mammolo e Casale Rocchi. E' nel mezzo di una fangosa discarica per gran parte annerita dal fuoco - televisori sventrati, marmitte e batterie d'auto, vecchie scarpe, centinaia di bottiglie di vino e di birra, monnezza, bambole, cessi sbreccati, plastica bruciata.

Se guardi il volto di Iuliana, puoi anche dimenticare la baracca e la discarica. E se dimentichi la baracca e dove sei, la vita di Iuliana può anche apparire non disperata - Iuliana non la sente disperata - difficile sì, dura come la pietra sì, ma non disperata. E' una vita che ha ridotto al minimo ogni bisogno di abitazione, di vesti, di vitto ma non l'aspettativa di giorni migliori. E ora, chiede Iuliana, che succederà dopo quel che è accaduto a Tor di Quinto a quella povera signora: noi romeni finiremo tutti nei guai? Ci cacceranno tutti? Pagheremo tutti, i delitti di pochi o di uno? Io ho un lavoro, potrò restare? E Andreea potrà restare, lei che il lavoro non ce l'ha, ma ha me? Perché non li punite? Perché non li tenete in carcere? Perché, se li arrestate, poi li scarcerate? Può apparire un paradosso e non lo è. I romeni, quei romeni che menano una vita agra lungo l'argine dell'Aniene, in baracche di cartone, legno e plastica, a pochi metri dal fiume - "invisibili" soltanto per chi abita in un'altra parte della città - temono la violenza dei romeni quanto gli italiani. La odiano come loro. Ne sono impauriti come loro e, come loro, chiedono che chi sbaglia paghi duramente. Come duramente pagherebbero in Romania. Se rubi una gallina in Romania, sei condannato a cinque anni di carcere anche se quella gallina ti sfama soltanto per un giorno, dice Cristian - è alto, magrissimo, è un elettricista, ha ascoltato Iuliana, in silenzio, infreddolito e scosso dai brividi. Se hai la droga, puoi essere condannato a quindici anni, dice. Se la droga è troppa per essere soltanto la tua, rischi l'ergastolo. Se hai bevuto anche solo un bicchiere di birra e guidi, perdi l'auto e la patente. Perché da voi non è così? Lungo il fiume, per chilometri, ci sono soltanto baracche di romeni, di rom, di bosniaci, dice Cristian, vai a vedere: ognuno vive, come può e come sa e, se non ti fai confondere dalla povertà e dal loro aspetto o dalla confusione delle loro baracche, la vita che vogliono fare gliela leggi in faccia. Se hanno voglia di lavorare, se cercano lavoro per mangiare, lo capisci. Se vogliono mangiare e bere senza lavorare, lo puoi intuire. Se vuoi capirlo meglio, guarda se ci sono bambini e donne in casa. Se hanno la responsabilità di bambini e donne, gli uomini non rischiano di finire in carcere per una sbronza violenta. Se ci sono bambini e non ci sono le donne, diffida di quegli uomini: mandano le loro donne a rubare. Se vedi soltanto uomini in una baracca, stai attento: possono essere loro - proprio quelli - la maledizione che può dannarci tutti. Sono spesso uomini che non hanno nulla da perdere. Venuti negli ultimi mesi in Italia, non dai villaggi ma dalle città, Costanza, Timisoara, Iasi, Cluj Napeca, dai peggiori quartieri di Bucarest, Ferentari, Obor, Pantelimon. Magari in Romania hanno fatto già il carcere e ancora ne devono fare e non hanno nulla da perdere. Sono uomini in fuga e di nulla conoscono il valore, nemmeno della vita umana. Ogni giorno in più per loro è un giorno guadagnato e per trenta euro possono ucciderti, se hanno bevuto; e d'altronde hanno sempre bevuto perché non fanno altro, dice Cristian.

Le acque dell'Aniene, grigie come il ferro, corrono veloci e gonfie. Le baracche sono addossate all'argine melmoso, nascoste dalle canne. L'una accanto all'altra per chilometri. Sono costruite tutte nello stesso modo, più o meno. Una camera, i grandi letti, la cucina a gas, la stufa a cherosene. Una porta che dà sul sentiero interno e un'altra che si apre su una specie di terrazzino "panoramico" che guarda il fiume e l'altra riva. C'è il tavolo, un paio di sedie e, a volte, anche un divano sfondato. Qualche baracca ha il televisore e l'antenna satellitare. Non si ode un rumore, una voce, il pianto o il riso di un bambino. Gli "uomini soli" li vedi subito, da lontano. Sono in cerchio davanti alla baracca. Fumano, chiacchierano, hanno già bevuto e sono soltanto le undici del mattino. Non hanno voglia di dire il loro nome. Farfugliano se si parla di lavoro. Dicono che sono di Timisoara. Dicono che loro "i romeni cattivi" li prendono a calci nel culo se si fanno vedere da quelle parti. Uno che sembra il capo - è il solo a parlare mentre gli altri al più annuiscono a quel che dice - racconta che l'altro giorno si presentano un paio di loro con un'auto. Vedete, quella Ford laggiù. Vogliono venderla per mille euro. L'uomo chiede i documenti, ma non c'è alcun documento. Allora, giù calci nel culo. Quelli scappano e l'auto resta lì. E' ancora lì. "Che ci posso fare? Magari qualcuno può pensare che l'ho rubata io".

Se si racconta la storia a Essan, ride e ti chiede se l'hai bevuta. Abita più in là, lungo l'argine in una larga area umida e piana. E' un bosniaco, in Italia dal 1969. 43 anni, magro come uno chiodo, otto figli, dieci nipoti. Vivono tutti con lui, in quattro baracche di legno e una roulotte in un lotto recintato da rovi di more e una rete di ferro con su un cartello "Proprietà privata, non oltrepassare". Dice Essan che gli è venuta la pelle d'oca quando ha saputo della signora di Tor di Quinto. Mai, dice, si è vista questa violenza. Ci sono stati gli albanesi, i marocchini, che non sono roba da poco, e mai la violenza dei romeni, dei romeni sfrizzati. Essan non vuole fare il santo. E' stato un ladro, ammette. Ha rubato, ma era un altro rubare, sostiene. Mai un coltello, mai una pistola e, se entravi in una casa e qualcuno gridava, te la davi a gambe e in fretta. Se ti beccavano e magari dovevi scontare un "residuo di pena", con le vostre leggi strane che prima ti scarcerano e poi, dopo anni, ti chiedono di tornare in galera a scontare la condanna, preparavi la tua valigia e te ne andavi a Rebibbia con le tue gambe. Ma ora, dice Essan, chi ci capisce niente? "Questi t'ammazzano per cinque euro, se sono ubriachi! Io non voglio che i miei figli abbiano a che fare con quella gente lì. Abbiamo il nostro lavoro della raccolta del ferro, e questo ci basta".

Anche Nichita è il capo di una tribù, otto figli, tre generi, cinque nipoti. E' autista e si sente proprietario dello spicchio di demanio pubblico che occupa. Lo ha pagato 11.500 euro, dice. Ha un foglio di carta firmato. Glielo ha venduto un tale di nome Gino che prima aveva lì un orto. Testardo, non vuole saperne di essere stato truffato. Dice che quella terra è ormai sua e da lì non se ne andrà. Perché dovrebbe andarsene, chiede. "Perché sono romeno? E allora stai a sentire? Guarda questa mano. In questa stessa mano, non c'è un dito uguale all'altro. Questo è corto e largo. Quest'altro è lungo e magro. Quest'altro ancora non si sa che farsene se non infilarci un anello. Un popolo è come una mano. Ognuno è diverso dall'altro. Perché non volete capirlo? Proprio voi dovreste capirlo. Per alcuni, siete tutti mafiosi. Io so che non è vero, ma allora perché, per voi, può essere vero che tutti i romeni sono ladri e assassini e ubriaconi e violenti? Noi romeni siamo come cavalli che sono stati per anni chiusi in una stalla al buio. Poi hanno aperto le porte della stalla e il sole, la luce, l'aria, la libertà ci hanno intontito e turbato. C'è chi quella libertà vuole respirarla a pieni polmoni e corre, corre, corre approfittando degli spazi liberi pensando che la vita che vuole regalare ai figli deve essere diversa da quella che lo ha imprigionato per anni e ci sono altri che non sanno che farsene di quella libertà. Quella libertà non li rende felici. Al contrario, li riempie di rancore. Li fa rabbiosi e pazzi come cani e mordono chiunque li avvicini. Perché volete confondere me, la mia famiglia, con quei cani?".

Oltre la curva dell'Aniene a Ponte Mammolo, c'è una rete di strade e in una di quelle vie cieche che scendono verso l'area di esondazione del fiume, a Pietracamela, dicono che da qualche tempo c'è un nuovo campo di romeni, nelle grotte. Sembra una leggenda metropolitana. Quelle strade sono deserte e di grotte, in apparenza, non se ne vedono. Sarebbe difficile accorgersene se non spuntasse nell'angolo di un costone roccioso una testa per scomparire subito. E' quello l'ingresso delle grotte. Dentro inzuppato in un'umidità quasi solida c'è un intero borgo. Le baracche appoggiate alla roccia, una larga "piazza" con intorno tavoli e sedie. Nel tavolo in fondo, un uomo allampanato, avanti con gli anni, beve un tè, concentrato nel gioco enigmistico del giornale romeno che lo ha accompagnato nel viaggio dalla Transilvania a Roma. E' arrivato appena ieri, dice Marian. Marian ha 22 anni, è nato e vissuto in un villaggio di trecento abitanti nel distretto di Maramures, in Transilvania appunto. Quando vivi in un posto di trecento abitanti, dice, non sai che cos'è la violenza. Tutti si conoscono. Qualcuno può stare sul naso di un altro, ma al peggio non gli rivolge la parola ed è il massimo della violenza in un posto così. "Io - dice Marian - la violenza l'ho scoperta qui da voi ed è una violenza figlia delle vostre abitudini. Sono qui per lavorare e il lavoro non mi manca. Non guadagno molto, ma vado avanti. Penso che domani possa andare meglio. Quando mi manca il lavoro a Roma, vado al Nord, da mio fratello, e un lavoretto lo trovo sempre. Ora faccio pubblicità per una discoteca. Cinquanta euro al giorno. Può andare. Non capisco perché vi aspettate che chi non ha voglia di lavorare non procuri guai agli altri. Se non lavori, non mangi. Se non ti cerchi un lavoro, l'unico modo per mangiare è rubare. Se hai rubato una volta, tornerai a farlo. Se hai ucciso, sarai tentato di farlo un'altra volta. C'è un solo modo per risolvere il problema, chiudere in carcere chi fa del male agli altri, come fanno in Romania. Che ci vuole a capirlo?". Marian alza la voce, senza volerlo, come in preda a una incomprensibile rabbia. Gli viene accanto una ragazza. Si chiama Veronica. E' la sua donna. Veronica prende per mano Marian, che si calma subito. Veronica è stata una schiava. Costretta a prostituirsi, picchiata selvaggiamente quando si rifiutava di passare le notti sulla Tiburtina. Marian l'ha convinta a denunciare i suoi "padroni". Ora vogliono sposarsi, appena troveranno un posto più decente di una grotta.

martedì, maggio 01, 2007

L' "immigrazione sostitutiva"

E' passato inosservato alla maggior parte dei media, ma non a Shooting Dogs. Sto parlando di un rapporto delle Nazioni Unite intitolato "Immigrazione sostitutiva: è una soluzione per le popolazioni in declino e in invecchiamento?" (potete scaricarlo cliccando qui).
In poche parole, analizzando i dati demografici di diversi Paesi (tra cui l'Italia) si discute se permettere l'ingresso di un largo numero di immigrati possa riequilibrare la piramide demografica delle popolazioni interessate, soprattutto per ripristinare un buon rapporto tra popolazione in età da lavoro e popolazione non attiva.
Qui sotto trovate il commento al rapporto di Le Monde, che riassume i principali temi trattati.

Pays riche et vieux cherche immigrés

Comment les pays riches et vieillissants peuvent-ils éviter l'anémie dans les quarante prochaines années ? Les experts des Nations unies, qui ne sont connus ni pour leur goût de la provocation ni pour leurs talents de fantaisistes, ont pris leurs calculettes et la réponse tient en un mot : immigration. A l'horizon 2050, il faudra à la France, comme à la plupart des pays d'Europe, "deux fois plus d'immigrés" que dans les années 1990. Telle est l'une des principales conclusions de leur rapport, "Migration de remplacement : est-ce une solution pour les populations en déclin et vieillissantes ?" publié mi-mars par la division de la population du département des affaires économiques et sociales de l'institution internationale. Ce "besoin d'immigration", insistent ces experts, devra impérativement être satisfait. Faute de quoi, le "déclin" de la population sera "inévitable".

S'appuyant sur l'étude détaillée de huit pays à basse fécondité (Allemagne, Etats-Unis, Fédération de Russie, France, Italie, Japon, République de Corée et Royaume-Uni) et deux régions (Europe et Union européenne), ce document présente les différents scénarios possibles, en fonction des tendances démographiques à l'oeuvre - baisse du taux de fécondité et accroissement de la longévité notamment - et des choix politiques qui seront faits... ou pas. Exemple : la France veut avoir, en 2050, le même nombre d'habitants qu'aujourd'hui ? Pour ce faire, il lui faudrait accueillir "1,5 million d'immigrants entre 2025 et 2050", chiffre relativement bas. Si, mieux encore, elle veut maintenir stable le nombre des personnes en âge de travailler, alors, il lui faudrait "doubler le niveau du début des années 1990". En clair, accepter la venue de 5,5 millions d'immigrés supplémentaires entre 2010 et 2050 - soit, en moyenne, 136 000 étrangers de plus chaque année. Un chiffre, là encore, relativement faible : dans cette hypothèse, la proportion des immigrés et de leurs descendants au sein de la population française serait à peu près identique à celle d'aujourd'hui : 11,6 % en 2050 contre 10,4 % en 1990.
Mais si, d'aventure, les gouvernants français souhaitent garder le "rapport de support potentiel" (c'est-à-dire le nombre des personnes en âge de travailler pour une personne de plus de 65 ans) identique à celui de 1995 (soit un rapport de 4,4), alors les choses risquent d'être plus délicates : il faudrait que la France accepte d'accueillir "vingt à quarante fois" plus d'immigrés qu'elle ne l'a fait durant ces dix dernières années. Dans ce cas, précise l'ONU, les "immigrés post-1995 et leurs descendants" représenteraient, en 2050, "plus des deux tiers" des habitants de la France. Une gageure ? Pas forcément. Comparés à d'autres pays d'Europe, comme l'Estonie, la Bulgarie et l'Italie, "qui vont perdre", du fait du vieillissement, "entre un quart et un tiers de leur population", les défis que la France doit relever sont bien moins périlleux.
Au Royaume-Uni, où les projections de l'ONU n'ont rien, là non plus, de particulièrement affolant, une partie de la presse a cru bon d'agiter l'épouvantail de l'invasion barbare. Le chapitre du rapport de l'ONU concernant les migrations internationales indique pourtant que "le flux migratoire net vers les régions les plus développées devrait demeurer au niveau de 2,3 millions par an, dont 1,3 million à destination de l'Amérique du Nord". Soit un flux légèrement inférieur à celui de la décennie 1990-2000, qui était de 2,5 millions de migrants. D'ici à 2050, précise le rapport, "plus de la moitié du total des migrants quittant les régions les moins développées devraient venir d'Asie ; entre 25 % et 30 % de l'Amérique latine et des Caraïbes ; le restant d'Afrique".
Pour le géographe Gildas Simon, fondateur et ancien responsable du laboratoire de recherche Migrinter (CNRS, Poitiers), "on est très en dessous des niveaux atteints historiquement par les migrations". Ainsi, en 1910, les migrants internationaux (non compris les touristes) représentaient "entre 5 % à 10 % de la population mondiale". Aujourd'hui, ce pourcentage est nettement moindre : "Le nombre des migrants internationaux est estimé à 200 millions de personnes - soit 3,1 % de la population mondiale", souligne le chercheur.
M. Simon nuance également les conclusions des experts de New York, qui "tendent à démontrer que, si un pays riche veut se maintenir à niveau, il lui faut, théoriquement, un nombre extrêmement élevé d'immigrés". "Les dynamiques migratoires ne fonctionnent pas de manière mécanique, explique-t-il. Par ailleurs, il faudra tenir compte, pour l'avenir, des recompositions en cours dans le cadre de la mondialisation, notamment celles de l'économie du travail aux différentes échelles, du global au local."Pour autant, reconnaît-il, les grandes tendances que dessine le rapport de l'ONU sont "de l'ordre du vraisemblable". Pour les experts onusiens, les pays riches ont bénéficié, pendant la seconde moitié du XXe siècle, de circonstances démographiques exceptionnelles, parenthèse enchantée qui leur a permis de distribuer "des revenus relativement généreux à leurs retraités sans que le coût soit trop fort pour la population active". Désormais, conclut le rapport, les démocraties vieillissantes doivent avant tout se préoccuper du long terme : fixer un nouvel "âge de la retraite", déterminer "le niveau de couverture de soins souhaité pour les personnes âgées" ; choisir comment financer cette politique sociale ; identifier le poids financier maximal qui pourra peser sur les salariés, etc. Autant de choix qui détermineront directement la politique d'immigration des prochaines décennies.

Catherine Simon

venerdì, febbraio 09, 2007

Una politica dell'immigrazione attiva?

Questo è un articolo interessante su un'iniziativa per certi versi intelligente dell'Unione Europea, ossia quella di stabilire una sorta di "agenzia interinale" a distanza in Mali per favorire l'immigrazione regolare di lavoratori qualificati. Il rovescio della medaglia? L'Afric rischia di rimanere senza lavori qualificati, mentre migliaia di disoccupati nell'Europa orientale attendono che l'Unione Europea - di cui sono cittadini - permetta loro di circolare liberamente. Leggere per capire.

EU job centres to target Africans
By Alix Kroeger
EU reporter, Brussels

The European Union development commissioner, Louis Michel, is in Malifor talks to set up the EU's first job centre for African migrants.The idea is to match potential migrants with job offers in sectorslike agriculture, building or cleaning.France and Spain have already pledged to advertise seasonal vacancies there.It's part of the EU strategy to deal with the increasing flow ofmigrants from Africa, with other centres planned for Senegal andMauritania.

Deadly journey

Mr Michel is holding talks on the centres with Malian President AmadouToumani Toure Mali the capital, Bamako.Last year, 31,000 Africans made the hazardous sea crossing to theCanary Islands to enter the EU illegally, according to figures fromthe Spanish government. A further 6,000 died trying.The countries on the EU's southern flank - Italy, Malta and Spain -have been pleading for help.The EU is stepping up border patrols, both on land and at sea.But it's also looking at ways of increasing legal migration - both tofill gaps in the European labour market and to reduce the number ofmigrants trying to enter the EU illegally.The International Organisation for Migration, which assists migrantsand governments around the world, says it's a "constructive step inthe right direction.""You can't manage migration flows by simply having tougher bordercontrols," says IOM spokesman Jean-Philippe Chauzy. "If you're tryingto undercut the people smugglers, the best way is to open up legalopportunities (for migrants)."The working document on the African centres, obtained by the BBC, saysthe job centre project will be co-financed by the EU and memberstates, although it doesn't give any figures.It says the centres, and matching supply and demand in the labourmarket, are an "integral part" of the European Commission's "GlobalApproach on Migration".

Relieving pressure

Initially the Malian job centre will be in Bamako, but later it willestablish regional offices in outlying towns or villages, wheremigrants begin their journey.But the idea goes far filling the gaps in the EU labour market. It'salso aimed at relieving pressure on the EU by creating opportunitiesfor Africans at home.The European Commission wants the centre to include a micro creditfacility - possibly run by the Grameen Bank, which pioneered the ideaof small loans to help people out of poverty by allowing them to setup their own business.The centre will also help the people who get jobs to get the necessarypapers, including visas and residence permits."If migrants leave with proper contracts and visas, this makes themless vulnerable to exploitation," says Mr Chauzy. It also meansthey're likely to earn better wages and have more money to send hometo help their families.But while Mali may welcome the centre, others are less enthusiastic.

Priorities, priorities

"This is very strange, even a bit crazy" says centre-right Polish MEPJacek Protasiewicz, author of a report in the European Parliament onthe discrimination faced by workers from the post-Communist countrieswhich joined the EU in 2004."The first thing the European Commission should do is to diminishbarriers for the free movement of workers from within the EU, and thenopen job centres in other parts of the globe," he says.Even now, people from countries like Poland, Slovakia and Lithuania -as well as Romania and Bulgaria, which joined the EU this year - can'twork freely in all EU member states."Many millions of Poles, Lithuanians, Romanians (and others) would behappy to have low-skilled jobs in agriculture within the EU," he adds.

Skill shortages

But for Mali, as for many African countries, the brain drain is aserious problem.It isn't just the low-skilled who are leaving: it's the doctors, theengineers and the IT specialists, even if some of them up end upworking in jobs far below their qualifications."Ways of facilitating circular and temporary migration will beexplored," says the working document on the job centres.For example, a surgeon from Mali could work in the EU for a month ortwo a year, earn extra money, perhaps acquire some new skills and putthose to use at home."Someone who's worked for a few years in the EU may have accumulatedsome capital and can identify opportunities in their country of originwhere that capital can be invested and create wealth," says Mr Chauzy.Remittances from migrants represent the biggest flow of money intomany developing countries.If some of that money can be invested to create jobs - rather thanjust helping families survive from one day to the next - it could makesome potential African migrants think again about risking theirsavings and their lives on a dangerous journey to Europe and anuncertain future.

martedì, dicembre 19, 2006

Decuplicati in 10 anni gli alunni figli di immigrati.

Decuplicati in 10 anni gli alunni figli di immigrati.
di CATERINA PASOLINI

ROMA - Allarme del ministero dell'Istruzione per il rischio di "scuole ghetto", dove il sempre maggior numero di studenti stranieri può finire in classi di "serie B". "Vorrei che tutti sentissimo la presenza degli studenti stranieri come una risorsa in un paese che ha bisogno di giovani energie e intelligenze", aveva detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano all'inizio dell'anno scolastico; ma queste "intelligenze ed energie" arrivate da lontano, nate in Africa o nei paesi dell'est, faticano a trovare la loro strada tra banchi e sussidiari, e invece di essere considerate una risorsa finiscono col trovarsi in "scuole ghetto". A denunciare il rischio un'accurata ricerca del ministero della Pubblica Istruzione che racconta l'Italia e la scuola che cambia. Sempre più multietnica - in media il 5% degli studenti è straniero - ma ancora molto lontana dai paesi europei come l'Inghilterra dove è nato altrove quasi il 20 per cento degli alunni e persino della Grecia dove 1 su 10 arriva dall'estero.
"Quello delle scuole ghetto, considerate di serie B per la presenza di immigrati e dove gli italiani non vogliono andare è un problema reale e serio", dice il sottosegretario Letizia De Torre - ed è per questo che abbiamo dato l'allarme e chiesto ai direttori regionali che vigilino e lavorino affinché non si creino scuole o classi di soli immigrati. Certo che se non si fa un'adeguata politica abitativa, se si continua a ghettizzare gli stranieri in determinati quartieri sarà difficile cambiare la situazione", conclude pensando ai progetti per il futuro del ministero. Mediatori culturali da mettere nelle scuole, corsi di italiano per le famiglie degli studenti, periodi di formazione e aggiornamento dedicati a docenti e presidi. "Perché la scuola è la palestra della società dove si cominciare a conoscere l'altro, dove può avvenire il primo scambio tra culture diverse preparandosi per il mondo di domani". Ma vediamo nel dettaglio il melting pot all'italiana. gli studenti stranieri erano 50mila dieci anni fa, ora sono 500mila - il 5% della popolazione scolastica - e arrivano sempre più dall'est. Se restano sempre ai primi posti come numero i ragazzi partiti da Albania e Marocco, 16% e 14% rispettivamente, cresce la percentuale dei giovani nati nei paesi dell'est, Romania soprattutto che passa in due anni dal 9,7 al 12.4 %. Percentuali che vogliono dire 70mila albanesi, 60mila marocchini, 52mila romeni nelle scuole italiane. In media gli stranieri rappresentano il 5% per cento della popolazione scolastica, ma la loro presenza segue quella dei loro genitori in cerca di lavoro. E così al nord si arriva a punte record di un alunno straniero ogni 10 in Emilia Romagna o dell'8% in Lombardia mentre al sud, come in Campania, a malapena c'è un ragazzino nato all'estero ogni 100 studenti. Tra le grandi città a Milano con 12,7% e Torino con l'11,2% sono le più "internazionali", tra i piccoli centri Calcinato in provincia di Brescia ha il record: uno studente è nato all'estero ogni 4. Studenti stranieri che faticano, spesso arrivano in classe a metà anno e non conosco l'italiano, e che vengono bocciati più degli italiani: 20% contro il 15%. Alunni la cui frequenza scolastica diminuisce con l'aumentare dell'età e che se arrivano alle superiori scelgono sempre più spesso istituti tecnici rispetto al liceo. (19 dicembre 2006)